«La nostra letteratura non si può capire senza i regionalismi»

L’opposizione tra identità unitaria e «federalismo» ha anche una versione letteraria. È quella che ha distinto due grandi italianisti, Francesco De Sanctis e Carlo Dionisotti che nel suo Geografia e storia della letteratura italiana (1967) rivendicò il carattere «policentrico» della cultura italiana, ponendosi così in aperta polemica rispetto alle idee unitarie proposte da De Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana (1870-1871). Dell’idea del multicentrismo culturale italiano si è occupato un allievo di Dionisotti, Vincenzo Fera, docente di Letteratura del Rinascimento all’università di Messina.
Dunque professore, le lettere italiane sono anti unitarie?
«No attenzione, la questione è più complessa. Diciamo che il carattere policentrico della cultura e della lingua nelle varie zone italiane ha radici antiche che vanno cercate in età pre-rinascimentale, più che nel Rinascimento. Nel momento cioè in cui coesistevano molti “volgari” e molte tipologie di latino. Ma la lingua, a partire dal ’500, principalmente ad opera di Pietro Bembo, trova una soluzione unitaria. Le differenze però non si azzerano, convivono con la lingua egemone».
Rimangono delle tracce di questo «policentrismo culturale» nell’Italia di oggi?
«Direi di sì, penso che in ogni area circolino umori sotterranei, magari affidati ai sistemi dialettali che sono molto conservativi, ma che negli ultimi decenni hanno subito forti modifiche. Sono dei fossili, diciamo così».
Quindi la filologia non supporta le tesi degli anti risorgimentali?
«Non credo che in Italia esistano vere e proprie culture regionali, così distinte da essere considerate alternative tra loro. È certo che la stessa lingua reagendo con gli umori delle tradizioni, i nodi socioculturali propri di ogni regione, i dialetti delle diverse aree, ha finito con l’elaborare prodotti peculiari di cui è interessante tracciare la genesi e ricostruire gli sviluppi. Ma si tratta sempre della stessa cultura».
Anche lei però è contro l’unitarismo di De Sanctis.
«Parto dalla riflessione di Dionisotti che però va contestualizzata al suo periodo, il secondo dopoguerra. Il mito dell’Italia "una e grande" entrava in crisi. E per prima cosa entrava in crisi il romanzo di una storia letteraria legata insieme come le maglie di una catena. È questo che Dionisotti contesta, non negando l’esistenza di una linea di costruzione della letteratura italiana, ma spingendo giustamente a non trascurare gli apporti delle culture regionali per capire meglio i processi culturali unitari. Fa entrare cioè la geografia nella storia».

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