Dal nostro inviato Frank Norris: "Ho visto la guerra ed è bellissima"

Fu uno dei primissimi giornalisti a seguire i conflitti "dal vivo". In Italia è sconosciuto, eppure fu un maestro. Ecco un reportage da Cuba del 1898

Dal nostro inviato Frank Norris: "Ho visto la guerra ed è bellissima"

di Frank Norris

Il generale aveva rovinato i suoi occhiali, e così passò il dispaccio a uno dei suoi aiutanti dicendo: «Leggimi questo, Nolan». In ginocchio e tenendo il dispaccio alla luce della candela, Nolan lo lesse a voce alta. Cominciava in modo abbastanza rassicurante con le solite formule militari, e le prime trenta parole potevano far parte di uno qualsiasi dei tanti dispacci che il generale aveva ricevuto negli ultimi tre giorni. E poi «accompagnare il comandante generale in un punto a mezza strada tra le linee spagnole e quelle americane, e là ricevere la resa del generale Toral. A mezzogiorno in punto la bandiera americana verrà innalzata sul Palazzo del Governatore nella città di Santiago. Una salva di ventun cannoni verrà esplosa dalla batteria del capitano Capron. La banda militare intonerà La Bandiera a Stelle e Strisce e le truppe esulteranno. Shafter».
Si fece silenzio. L’aiutante restituì il foglio al generale e si alzò in piedi, togliendosi la polvere dal ginocchio. Il generale spostò la pipa all’altro angolo della bocca. «Mmh», borbottò il generale pensoso tra i denti, «mmh, si sono rintanati, bene, non dovrete più fare quella certa ricognizione dei vostri lungo il fiume, Mr. Nolan». E fu così che sapemmo della resa di Santiago di Cuba.
Ci alzammo presto il mattino dopo, alle sei il generale ci aveva svegliati tutti e ci aveva ordinato di frugare e cercare nelle nostre coperte e nei nostri zaini «qualsiasi cosa che assomigli a una cravatta nera». Era un articolo che nessuno di noi possedeva, e il generale era più impensierito da questa perdita della cravatta nera che dal fatto di non aver né abito né giacca per rendere onore alla capitolazione della città.
Ma noi avevamo i nostri, di problemi. La bandiera doveva essere innalzata sulla città a mezzogiorno. A un certo punto nella mattinata, il generale spagnolo si sarebbe arreso all’americano. Il generale – il nostro generale – e i suoi aiutanti, così come tutti i comandanti di divisione e di brigata, sarebbero usciti a cavallo per essere presenti alla cerimonia – ma i corrispondenti?
Quasi di certo, non sarebbero stati ammessi. I permessi accordati ai giornalisti e agli scrittori di riviste erano pochi, e molto radi durante la campagna. Avremmo osservato la faccenda col binocolo, in cima a qualche collina, a due miglia o tre, forse, di distanza. Ma con tutto questo, sellammo i nostri cavalli e quando il generale e il suo staff cominciarono a cavalcare verso i quartier generali dei vari corpi d’armata, ci mescolammo agli aiutanti, e decidemmo di stare nel gruppo, per tutto il tempo che la nostra determinazione e perseveranza lo avrebbe reso possibile.
Era presto quando partimmo e il caldo non era ancora opprimente. Lungo e attraverso tutte le linee c’erano segni della più fervida attività. Nella notte gli uomini erano stati ritirati dalle trincee e stavano piantando le loro tende da campo in luoghi più alti e asciutti, e dove il nostro cammino incrociava la strada da Caney a Santiago, ci imbattemmo in centinaia di profughi che ritornavano alla città da cui erano stati scacciati pochi giorni prima. I quartier generali erano stati spostati un miglio o due durante lo scontro, e lo scoprimmo occupando il sito della tenda del generale Wheeler, sul campo di battaglia di San Juan. La zona è sopraelevata e aperta, e non appena arrivammo potemmo vedere gli ufficiali – ciascuno accompagnato dal suo staff – che si concentravano da ogni parte in uno stesso punto.
D’un tratto il luogo era pieno di soldati spagnoli. Ci vennero incontro fieri e baldanzosi. Innanzitutto un corpo di trombettieri iniziò una bella marcia militare. Soffiavano in aria di sfida, quei trombettieri spagnoli, e più forte che potevano, in modo da farci capire che non avevano paura – non gliene importava, non a loro, puh! Dopo di loro venne un piccolo distaccamento della Guardia, in armi, che guardò i soldati yankee con fissità bovina; poi si fermarono e fecero il presentat’arm verso di noi.
Toral, il generale sconfitto, si avvicinò. Improvvisamente si era fatto silenzio. I trombettieri avevano cessato di suonare, e lo sferragliare delle truppe in movimento si era taciuto all’alt. Il generale battuto uscì nello spazio aperto davanti al suo staff, e il generale Shafter si mosse per incontrarlo, ed entrambi si tolsero il cappello.
Gettai un rapido sguardo attorno, agli spagnoli nelle loro uniformi blu, il rosso e la lacca della Guardia civil, i Mauser in ordine, i trombettieri che appoggiavano le trombe sui fianchi, e la nostra stessa fila, McKibben con la sua camicia nera, Ludlow con i suoi calzoni bianchi, e i ranghi e le file della scorta, i cavalieri abbronzati, in pantaloni blu, eretti e immoti sulle loro cavalcature. Era la guerra, ed era magnifica, vista qui sotto la vampa del sole dei tropici, con tutta quella massa di verde come fondale, e c’era una grandezza in tutto questo, essere lì e vedere tutto, in un certo modo esserne parte, ti faceva sentire che in quel momento stavi vivendo più e con più forza che mai prima d’allora. Era di nuovo Appomattox, e Mexico, e Yorktown. L’indomani, circa un centinaio di milioni di persone in tutto il mondo avrebbero letto di questa scena, e molti di più, non ancora nati, l’avrebbero letta; ma oggi tu potevi sedere sulla tua sella, sul dorso del tuo piccolo pony bianco, e vederlo comodamente come uno spettacolo.
Toral spinse il cavallo verso Shafter, e, come ho detto, entrambi a capo scoperto. Toral era in forma; la sua faccia, alquanto arrossata dal sole e seminascosta da bei mustacchi grigi. Era un pochino calvo, la fronte alta e bombata. Quando i generali si strinsero la mano, c’era così tanto silenzio che il rumore di un uomo che tagliava legna nelle nostre linee, circa a mezzo miglio, era chiaramente udibile. Subito dietro di loro, gli staff di entrambi osservavano. La scorta osservava. Dietro, lungo le tende spagnole e americane, migliaia di uomini stavano in riga e osservavano; Santiago osservava, e Washington; la Spagna e gli Stati Uniti, i due emisferi, il Vecchio mondo e il Nuovo, si fermarono in quel momento, osservando. Una frase o due fu detta a bassa voce, e i generali si rimisero i cappelli e si strinsero le mani, sorridendo.
Santiago, Santiago finalmente, dopo tanti giorni di navigazione, di marcia e contromarcia, di battaglie.
Eravamo in città finalmente, entrando a cavallo con rumore di zoccoli, tintinnìo di sciabole, scricchiolìo di selle, e di colpo una grande onda d’esultanza ci investì tutti. So che il generale la sentiva. So che l’ultima recluta della scorta la sentiva. Non c’era spazio per pensieri umanitari. La guerra non era una «crociata», non combattevamo per i cubani, no. Non era per motivi disinteressati che eravamo là, con le sciabole e i revolver e la carabine. Santiago era nostra – era nostra, nostra, l’avevamo conquistata con la spada noi, gli Americani, senza l’aiuto di nessuno, e il nostro sangue anglosassone, il sangue della razza che si era fatta largo da una fredda brughiera in Friesland, conquistando e conquistando e conquistando ancora, verso Occidente: il sangue della nostra razza, il cui istinto è la conquista della terra, galoppò nelle nostre vene al ritmo degli zoccoli dei cavalli.

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