I suoi campi riposano a maggese (è inverno anche in Molise) e Antonio Di Pietro ha pensato di seminare la millesima versione del suicidio di Raul Gardini nelle serre del Corriere della Sera, dopato da un paio di colleghi che cercavano una notizia che non c'è: "Spostai io quella pistola", dice ora, poi subito corregge: "L'avevano già spostata, io l'ho presa con il fazzoletto". Trentatré anni dopo, la notizia sarebbe questa: ma è solo l'ennesima variante di un racconto che Di Pietro riscrive da decenni sempre con lo stesso obiettivo: che non è spiegare perché Gardini si sia ucciso, ma perché lui non avrebbe potuto impedirlo. Potrebbe sembrare il contrario, in effetti. Vediamo perché.
Il suicidio avvenne la mattina presto del 23 luglio 1993 mentre nella chiesetta di San Babila scorrevano i funerali milanesi di Gabriele Cagliari. Alle 9.40 l'Ansa batteva: "Gardini si è suicidato". Alle 7.00, il suo maggiordomo gli aveva portato i giornali mentre una rassegna stampa televisiva mostrava anticipazioni di varie accuse che indicavano proprio lui come responsabile delle tangenti Enimont, e insomma: era inchiodato in prima pagina prima ancora che lo ascoltassero. E ci aveva provato, a essere ascoltato: in tutti i modi. Ma poi aveva saputo che il pm Francesco Greco (non Di Pietro: Francesco Greco) aveva chiesto un primo arresto contro di lui (respinto dal gip Antonio Pisapia) e che però un altro gip, Italo Ghitti, il 16 luglio l'aveva accolto: ma non era ancora stato eseguito, era lì, appeso come una spada di Damocle. Allora, coi suoi due avvocati, aveva predisposto e inviato un memoriale per parlare di tutta la vicenda Enimont e dei soldi ai partiti, e voleva rendere una deposizione come avevano fatto i vari Romiti, De Benedetti e Prodi, ma il suo avvocato Dario De Luca era tornato con le pive nel sacco. Ed era un segnale preciso: non volevano interrogarlo, volevano arrestarlo. O meglio: volevano interrogarlo, arrestarlo e poi reinterrogarlo da galeotto.
Torniamo a quella mattina. Il maggiordomo lo trovò già colpito alla tempia destra, provò a tamponare il sangue e chiamò un'ambulanza, alle 9.07 Gardini era ufficialmente morto. È su questa scena che, secondo la versione odierna di Di Pietro, la pistola sarebbe stata prima spostata da altri e da lui maneggiata con un fazzoletto: notizia irrilevante, che cambia zero.
La reazione a caldo di Di Pietro, scritta solo da una cronista, fu questa: "Nessuno potrà più aprire bocca, non si potrà più dire che gli imputati si ammazzano perché li teniamo in carcere sperando che parlino". Aveva ragione: qualcuno si ammazzava prima ancora di finirci. E comunque, per farsi perdonare, Di Pietro nello stesso giorno, il 23 luglio, mandò ad arrestare parenti e amici di Gardini, tra i quali Carlo Sama e Sergio Cusani. Vent'anni dopo, in un'altra intervista al Corriere (luglio 2013), Di Pietro la girò così: "Io avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in Procura con le sue gambe, il mattino dopo". Sì, ma per arrestarlo: tanto che è sempre Di Pietro, in un libro con Giovanni Valentini (Laterza, 2000), a precisare che "Gardini non viene sorpreso dal provvedimento restrittivo, i suoi legali lo informano già dalla sera prima". Gardini, in sintesi, fu lasciato in "cottura" con un mandato d'arresto sulla testa. Chiese a Di Pietro il Corriere, nel 2013: "Ma voleva arrestarlo o no?"; Di Pietro: "Non lo so Avrei dovuto ordinare ai carabinieri di eseguire l'arresto. Gli avrei salvato la vita". Nel libro scritto con Valentini però precisava: "C'erano perquisizioni da eseguire, si rischiava di cominciare la sera e di finire a notte inoltrata, per cui decisi di rinviare tutto all'indomani".
Rinviare l'arresto. Già firmato. Risparmiamo altre versioni dipietresche (un libro del 2008 con Gianni Barbacetto, uno del 2012 con Morena Zapparoli Funari, infinite interviste) ma non quanto disse poi Sergio Cusani: "La Procura l'ha tenuto a bollire: i suoi avvocati chiedevano incontri e i procuratori li negavano lui era famoso nel mondo Per i media internazionali sarebbe stato l'arresto del secolo...
Era convinto di subire lo stesso trattamento di Romiti e De Benedetti... Pensava che sarebbe stato rispettato il copione di Tangentopoli: salvaguardare l'economia e i poteri forti, che sono i produttori di denaro, e colpire gli intermediari politici". È tutto.