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Buon giorno dottore, come in una partita di calcio si provvede, adun certo punto, alle sostituzioni. Fuori Del Piero e dentro Ibrahimovic e, nel campo della carta stampata, fuori Giordano e dentro Feltri… benissimo, la squadra si rafforza ma… l’entrata a gamba tesa del nuovo direttore mi addolora. Siamo proprio anche noi come gli altri? Ed è bene, saggio, provvidenziale cominciare a distribuire lividi? Io non condivido l’opinione del vescovo di Como, anche se mia nipote mi dice che è «forte». Giordano, che io ho avuto modo di conoscere, forse una ventina di anni fa o più, mi sembrava, nella sua pacatezza, più efficace e incisivo. Ma, se ciò che conta sono le copie che si stampano, allora benvenuto Feltri e però dimentichiamoci di poter aver ragione dell'avversario con ragionevolezza. Non me ne voglia, per questo inutile sfogo… non abbandono la posizione.

Gran giocatori, Del Piero e Ibrahimovic (si scrive così? Io copio da lei), vero caro Tadiello? Dei campioni che «fuori» o «dentro» tali restano e lo stesso può dirsi di Giordano e di Feltri. Ma lei crede davvero che se Mario avesse avuto per le mani la documentazione (ovvero le prove) sul caso Boffo l’avrebbe gettata nel cestino? Venendo meno a quello che a «Repubblica» chiamano il diritto-dovere alla informazione? Se così fosse andata non da campione si sarebbe comportato, ma, tanto per cambiar sport, da Badoer. Dice bene monsignore Diego Coletti: quando Gesù affermò che poteva cominciare il massacro dell’adultera solo chi era senza peccato, se ne andarono tutti. Ma Dino Boffo sarebbe rimasto, questo è il punto. Se tanto mi dà tanto a Boffo non sarebbero bastate le pietre in terra, se ne sarebbe fatte arrivare un paio di carretti da qualche cava vicina. Perché il lavoro - il massacro - risultasse fatto a puntino. E a chi tira pietre poi può capitare che gli arrivi una tegola in testa, è il minimo, no? Lei lamenta l’intervento a gamba tesa, caro Tadiello: ma ha visto in giro gambe che non siano tese, tesissime? Se le nuove regole del gioco (non dettate da noi, ce lo vorrà concedere) sono queste tocca per forza tenderla la gamba, se no meglio cambiar mestiere. Vede, per aver ragione dell’avversario con la ragionevolezza, come lei auspica, è necessario che la controparte sia ragionevole. E allora le chiedo: è ragionevole che il direttore di un quotidiano cattolico si proponga di far fuori Berlusconi e il suo governo facendo leva sulle confidenze di una donna da conio che riferisce di una notte brava in Sardegna? Nel corso della quale i protagonisti, maggiorenni e vaccinati, non fecero niente che fosse penalmente perseguibile? Lei, caro Tadiello, molto garbatamente e, sopra tutto, assicurando di non abbandonare la posizione, della qual cosa la ringraziamo molto, ci chiede ciò che non possiamo darle. Non è tanto questione di copie vendute (questione che rimane pur sempre la ragion d’essere di un quotidiano. Che esiste, che c’è se vende. In caso contrario fa la fine della «Voce»), ma della responsabilità che sentiamo di avere nei confronti dei nostri lettori. Cioè dell’opinione pubblica. Privarla di informazioni che possano aiutarla a capire e quindi a farsi un’opinione su questa o quella vicenda, nel nostro caso sul «Noemigate», come lo chiama Ezio Mauro, significherebbe venir meno al mandato. In quanto ai lividi, è un mestiere, quello del giornalista, che può lasciarli, questo è vero. Noi, noi del «Giornale», intendo, ne possiamo recriminare non pochi e di altrettanti siamo stati causa. L’importante, io credo, è ammettere onestamente d’averla voluta ben tendere, la gamba. Intenzionalmente. Nella sua nobile, alta, encomiabile lettera d’addio, riferendosi alle aberrazioni della campagna d’odio e di cecchinaggio lanciata da «Repubblica», Dino Boffo scrive: «Io, che c’entro in tutto questo?». Be’, per il direttore dell’unico quotidiano che s’è accodato - negli argomenti e nei toni - alla «Repubblica» delle «dieci domande», un interrogativo del genere lascia sconcertati. A Roma direbbero: c’è o ce fa?