A dare il via alla collana non sono il Furioso, né le commedie, ma le Lettere, curate da Chiara De Cesare con un'introduzione di Paolo Procaccioli. Il volume - 696 pagine - arriva in libreria per Carocci il 10 luglio e inaugura la nuova Edizione nazionale delle opere di Ludovico Ariosto, istituita con Decreto del Ministro della Cultura n. 119 dell'11 aprile 2025 e promossa da una Commissione scientifica che comprende, tra gli altri, Lina Bolzoni, Emilio Russo (presidente) e Franco Tomasi. Il progetto, articolato in otto volumi (che include Opere narrative, Lettere, Carmina, Rime, Egloghe, Commedie, Satire, Erbolato, alcuni suddivisi in più tomi), punta a restituire un'immagine rinnovata del poeta ferrarese in vista del quinto centenario della morte (il 6 luglio 1533), unendo nuove edizioni critiche fondate sulla ricognizione della tradizione manoscritta e a stampa a un apparato di commento pensato anche per il lettore non specialista. Le prossime uscite, a partire da inizio 2027, riguarderanno le Rime: prima le Rime secondo il ms. Rossiano, a cura di Nicole Volta, cui seguiranno le Rime di dubbia attribuzione, poi due tomi delle Commedia, Cassaria in prosa e Suppositi in versi.
Lettere è un'opera dall'architettura minuziosa: all'introduzione seguono note ai testi e linguistica, il corpus, censimento, glossario e un'appendice con tre tavole il carteggio in Garfagnana, il carteggio con Giovanni Maria Sorboli, altre lettere relative ad Ariosto oltre a un repertorio dei personaggi storici citati, un indice dei nomi e uno dei corrispondenti. L'indispensabile introduzione di Procaccioli parte da un dato che orienta tutta la lettura: Ariosto non lasciò mai un "libro di lettere". A differenza di Pietro Bembo e Pietro Aretino, che negli anni Trenta del Cinquecento aprirono al volgare la strada del genere epistolare come progetto editoriale consapevole, Ariosto non nutrì mai per la propria corrispondenza l'interesse che riservò al poema. I numeri danno la misura dello squilibrio: le 219 lettere che compongono l'epistolario coprono trentacinque anni, dal 1498 al 1532, ma 159 di esse quasi tre quarti si concentrano nei trentanove mesi trascorsi come commissario ducale in Garfagnana, tra marzo 1522 e maggio 1525. Ne risultano due profili distinti e complementari: quello, esile, del poeta chiuso nello studiolo, e quello, sovrabbondante, del commissario proiettato nell'amministrazione di un territorio difficile.
Chi cerca nelle lettere la voce del grande poeta troverà testi che rispondono alla logica della "scrittura per l'azione" del funzionario, non a quella retorica ed estetica della lettera-modello. E tuttavia proprio queste carte restituiscono "un conto esatto" della stagione più dura della vita di Ariosto un contrappunto prezioso e mai subordinato.