Un nuovo ponte delle spie come nella Guerra Fredda

Ramoniskiai, fra Lituania e Kaliningrad, è oggi il punto di scambio di prigionieri fra Russia e Nato

A trent'anni dalla caduta del Muro di Berlino rispunta un nuovo Checkpoint Charlie, si chiama Ramonikiai e sta al confine tra Lituania e Kaliningrad, la super-armata enclave russa incuneata nei Baltici. Già dal nome si capisce che difficilmente avrà la stessa, drammatica quanto fortunata presenza cinematografica e letteraria del mitico varco tra le due Germanie sul ponte Glienicke, ma questo passaggio in mezzo a due anonimi villaggi contadini sembra comunque destinato a far carriera perché è appena stato scelto da Russia e Nato per uno scambio di spie in perfetto stile Guerra Fredda. Era dal 2010, quando all'aeroporto di Vienna americani e russi si scambiarono 14 agenti, che non si vedeva un simile «cambio merci». Due i «pacchi» che a Ramonikiai hanno preso la via dell'Est, Nikolai Filipchenko e Sergei Moisejenko, agenti dell'FSB prigionieri a Vilnius dal 2017 con l'accusa di aver tentato di reclutare militari Nato di stanza nel Baltico; due i lituani liberati da Mosca, Yeugeny Mataitis e Aristidas Tamasaitis, condannati per furto di segreti strategici a Kaliningrad, e infine il norvegese Frode Berg, sentenziato nel 2018 a 14 anni di lavori forzati e uscito dalle galere di Lefortovo il 14 novembre scorso, appena un mese dopo che la commissione russa sui reati di spionaggio aveva invitato Vladimir Putin a concedergli la grazia.

Ci eravamo occupati in queste pagine del «caso Berg», tassello importante nella sfida Russia-Nato nel Mare di Barents, la regione più militarizzata del mondo. Si tratta di una guardia di frontiera in pensione a Kirkenes, cittadina nel Nord est della Norvegia, paese Nato, confinante con la regione di Kola, dove staziona la flotta nucleare russa del Nord e dove lo scorso agosto si è verificato l'incidente con cinque morti a causa di un test missilistico andato male. Con la crescente importanza geostrategica dell'Artico ricco di risorse sempre più accessibili (soprattutto sul fronte russo) grazie allo scioglimento dei ghiacci Kirkenes è diventata improvvisamente un luogo da segnare in rosso sulla mappa. «È pieno di birdwatchers in giro, ma non sanno distinguere un passero da un corvo», una delle battute che circolano in riva all'Oceano artico. Anche durante la (prima) Guerra Fredda Kirkenes era un hub di spioni, ma lo spirito di buon vicinato tra russi e norvegesi non era mai venuto meno, saldato alla fine della Seconda Guerra mondiale quando i sovietici liberarono il Finnmark dai tedeschi senza chiedere una sola zolla di terra in cambio. Ma ora le cose sono cambiate perché la Russia di Putin ha spostato il suo baricentro militare nell'Artico occidentale (quasi tremila testate nucleari) e la Nato ha piantato radici in Norvegia, dove si tengono impressionanti manovre militari, l'ultima con l'impiego di 50mila uomini. È in questo contesto che un «pesce piccolo» come Frode Berg finisce nella rete e viene usato da Mosca per dare un segnale forte a Oslo, ritenuta troppo appiattita sulle dottrine militari di Washington e Londra. L'ex doganiere viene arrestato a due passi dal Cremlino nel 2017 con una busta di denaro da consegnare a una certa Natalia in cambio di informazioni sui piani nucleari russi nella penisola di Kola. Berg non si è mai dichiarato un agente dell'intelligence norvegese, ma ha ammesso di essersi prestato come corriere. «Probabilmente è stata tutta una trappola costruita dai servizi russi. A Putin serviva lanciare un avvertimento ai norvegesi», dice il colonnello Hagen Karlsen, direttore del Norwegian Defence University College. «Noi siamo molto forti sul piano tecnologico, ma con poca esperienza d'intelligence umana. Ci siamo cascati, insomma».

L'unica via per evitare che Berg finisse ai lavori forzati era quella d'uno scambio, ma Oslo non aveva nulla da offrire. A nulla è servito l'arresto a Oslo d'un russo sospettato di voler agganciare parlamentari; molto più efficace l'invito offerto per una storica visita del ministro degli Esteri Sergei Lavrov a Kirkenes, sul luogo del delitto: è qui che si è ventilata l'ipotesi di una soluzione triangolata con la Lituania. L'impressione è che sia stata proprio la volontà d'archiviare l'affare Berg a coinvolgere il paese baltico (non sono ancora chiare le contropartite dell'operazione che impegnano il governo norvegese con quello lituano) e quindi a inaugurare il varco di Ramonikiai come nuovo punto logistico nel confronto tra intelligence Nato e russa. Non è un caso che, proprio come a Berlino negli anni Sessanta, i 45 chilometri di confine che separano l'Oblast russa di Kaliningrad (e sede della flotta nucleare baltica) dalla Lituania siano i più protetti d'Europa, con barriere contrapposte sempre più tecnologiche e presidiate: è lì che viene collocata fisicamente la linea calda di demarcazione tra forze atlantiche e russe.

Kaliningrad, avamposto russo in Occidente, distante 1300 chilometri da Mosca, sta diventando cruciale, tanto che ha fatto molto rumore l'uscita del generale cinese Du Wenlong, secondo cui nell'ipotesi di scontro militare nella regione baltica la Nato sarebbe in grado di occupare i 15mila chilometri quadrati dell'enclave russa in due giorni. Il consiglio offerto a Putin dall'alto rappresentante cinese, riportato dal sito Eastday.com, è quello di una «rapida ritorsione con missili su alcune capitali europee». Il commento è seguito a quello di Richard Hooker della Jamestown Foundation, secondo il quale nell'eventuale conflitto armato con la Russia «è decisivo occupare il bastione areo di Kaliningrad entro 14 giorni». Evidentemente o gli americani sottovalutano le proprie capacità oppure i cinesi conoscono meglio le fragilità dei russi.

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