Nuovo scudo fiscale, ecco le regole per non sbagliare

Lo scudo fiscale, edizione numero tre, è ai nastri di partenza. Da domani 15 settembre quindi - e fino al 15 aprile 2010 - sarà possibile rimpatriare e/o regolarizzare i capitali illegalmente detenuti all’estero. Un’idea del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ha già funzionato, e bene, in passato: con i provvedimenti varati nel 2001 e nel 2002 erano emersi 73,1 miliardi di euro, che hanno comportato per il Fisco un gettito pari a 2,1 miliardi, secondo dati Ocse il più alto tra tutti i Paesi che hanno varato delle amnistie fiscali. Cioè praticamente tutte le economie occidentali: Germania, Irlanda, Belgio, Gran Bretagna, Portogallo, Australia, Canada e Stati Uniti.
Rispetto alle precedenti edizioni, comunque, lo scudo 2009 prevede un’aliquota più elevata, pari al 5% del valore «scudato»: comunque sensibilmente inferiore a quelle previste nei provvedimenti di altri Paesi, come gli Stati Uniti o la Germania. Lo scudo italiano, inoltre, garantisce l’anonimato di chi lo utilizza: l’intermediario (banca, Sim, Sgr, Poste e fiduciarie) e il contribuente compileranno una dichiarazione riservata (non trasmessa al Fisco) in cui saranno riportati gli importi rimpatriati o regolarizzati. E non va dimenticato che lo scudo è connesso al forte rafforzamento della lotta contro i paradisi fiscali: un giro di vite che riguarda non solamente l’Italia ma tutti i Paesi, che in questi tempi di crisi non possono più permettersi di lasciarsi sfuggire possibili risorse per le entrate fiscali, indebolite dalla congiuntura economica.
In particolare, il nostro Paese sta mettendo a punto una task force dell’Agenzia delle entrate, con la Guardia di finanza, dedicata esclusivamente a questo obiettivo. Tra i Paesi che fanno da forzieri la Svizzera è per l’Italia particolarmente sotto i riflettori. Basti pensare che, secondo dati in possesso all’amministrazione fiscale, l’Italia è in testa alla classifica dei versamenti da parte del Paese elvetico della super-tassa (al 20%) pagata dai correntisti che hanno scelto l’«asilo» in banche di Berna e dintorni e che vogliono mantenere l’anonimato. Infatti, dei 43,2 miliardi di euro complessivamente rimpatriati con gli scudi 2001-2002, oltre la metà proveniva dalla Svizzera, per un totale di 25,14 miliardi (58,1%). E anche per quanto riguarda le regolarizzazioni - cioè la possibilità di lasciare i beni all’estero, una volta denunciati - nell’ottobre 2003 la cassaforte elvetica deteneva il 59,8% delle attività dichiarate, pari a 17,87 miliardi su un totale di 29,87 miliardi. Con il nuovo scudo fiscale, però, alcune cose cambiano. La sanatoria è consentita a condizione che le attività siano rimpatriate in Italia da Paesi extra Ue, ovvero regolarizzate o rimpatriate perché si trovano in Paesi dell’Unione europea ed in Paesi aderenti allo spazio economico europeo che garantiscono un effettivo scambio di informazioni fiscali in via amministrativa. Per Gran Bretagna e Lussemburgo, che appartengono all’Unione europea, vale quindi l’opzione regolarizzazione/rimpatrio. Chi, invece, ha esportato capitali in Svizzera, Paese che non aderisce allo spazio economico europeo, dovrà necessariamente rimpatriare le attività. L’obbligo di riportare i capitali in Italia vale anche per le attività detenute in quei Paesi che rientrano nello spazio economico europeo ma non garantiscono l’effettivo scambio di informazioni fiscali, come il Liechtenstein o l’Andorra. Tuttavia, se questi Paesi aprissero alla cooperazione internazionale con lo scambio di informazioni fiscali varrebbe anche per loro la possibilità della sola regolarizzazione.