Il nuovo di Vendola: ora via la legge Biagi

Il leader di Sel annuncia il suo programma di governo. E
vuole riportare il Paese indietro di vent’anni

Roma «Si vince a sinistra», dice Nichi Vendola. E spiega a nuora Sel, perché suocera Bersani intenda, quale deve essere l’agenda del nuovo «centrosinistra da rifondare»: abolizione della legge Biagi («Non può essere un tabù: lo dico a Pd e Idv, dobbiamo tradurre politicamente la critica al modello di precarizzazione»); aumento della tassazione sulle rendite e aumento della tassazione sui redditi alti perché ora «si preleva tutto dai ceti medio bassi e nulla dai ricchi»; reddito di cittadinanza («Ormai solo la Grecia non lo applica, in Europa, e non mi pare l’esempio da seguire», sottolinea Franco Giordano).

Vendola parla a Roma, all’assemblea nazionale del suo partito, e battibecca con Pierluigi Bersani che si trova in quel di Genova a chiudere l’assemblea nazionale del suo partito sul tema del lavoro. I due sembrano «già in campagna elettorale per le primarie», come sottolineano da Sel, dove si fa il tifo per una consultazione sulla leadership che avvenga prima possibile: il prossimo autunno, è la speranza di Nichi, che punta a capitalizzare il più possibile il movimentismo referendario e internettiano proponendosi come suo referente in politica, e a condizionare da sinistra la preparazione del programma di governo della futura coalizione.

Un po’ come Bertinotti nella stagione di Romano Prodi, quando era Rifondazione a dettare la linea al Professore usando il proprio potere di veto sul governo. In casa Pd i riformisti tremano: «Ci ricordiamo bene cosa succedeva a quel tempo, quando Prodi giurava che avrebbe tenuto duro e poi finiva sempre per cedere e mettersi d’accordo con Rifondazione». Certo, Vendola partiva da un progetto molto più ambizioso: quello di lanciare un’Opa sull’intero Pd aggiudicandosi la guida del centrosinistra nelle primarie (un po’ come Pisapia a Milano) contro un leader debole e strattonato dalle correnti del suo partito come Bersani. Ora però la convinzione di poter vincere a man bassa si è molto indebolita, mentre la leadership di Bersani si è assai rafforzata dopo la vittoria nelle amministrative e nei referendum. E Sinistra e libertà può anche rivendicare che a vincere nei luoghi simbolo, Milano prima di tutto ma anche Cagliari o Napoli, non sono certo stati gli uomini scelti dal Pd; e che i referendum il Pd li ha boicottati per mesi prima di saltare al volo sul carro per motivi squisitamente politici. Quel che conta in politica è il risultato finale, non come ci si è arrivati: e Bersani è abilmente riuscito a uscire da entrambe le consultazioni con l’immagine del vincitore, che ha messo il principale partito del centrosinistra a disposizione del «vento che cambia», assecondandolo.

Tra Roma e Genova, Vendola e Bersani si punzecchiano a vicenda. «Non capisco queste aperture alla Lega, non c’è spazio per interlocuzioni con chi fa campagne esplicitamente razziste», tuona il capo di Sel. Bersani replica aspro: «Ma quale apertura, si vede che non capisce: noi la Lega la sfidiamo». Il segretario del Pd a sua volta sfotte Nichi accusandolo - senza nominarlo - di insistere sulle primarie subito per costruirsi una tribuna mediatica, per «personalismo», e «leaderismo» e «populismo». Con l’obiettivo neanche tanto recondito di indebolirne l’immagine facendolo passare per un «Berlusconi di sinistra, che si sente anche lui unto dal signore», come dicono i suoi. Vendola ribatte irritato: «Non si può fare una gara tra leader a chi è più antileaderistico, siamo tutti impegnati a combattere il leaderismo».

Intanto, confortando l’ala riformista del Pd, Bersani ha detto un secco «no grazie» a Maurizio Landini, che lo aveva invitato alla grande kermesse celebrativa dei 110 anni della Fiom (star l’altra sera il trio Santoro-Ingroia-Travaglio). Il segretario del Pd non è andato e ha spedito in sua vece la solita Rosy Bindi, e dentro Sel la cosa è stata presa male: «Si è voluto sottrarre al confronto con Nichi», dicono insinuando che Bersani abbia temuto di essere meno applaudito del capo di Sel. E comunque attaccano il Pd sul fronte dei rapporti sindacali: «Bersani non vuole legarsi alla Fiom, perché in quel partito deve tenere insieme la destra cislina, la sinistra Cgil e pure gli Ichino: quindi non riesce a prendere nessuna posizione».

Ma la questione di fondo resta che sulle primarie il Pd nicchia e fa orecchie da mercante: altro che in autunno, non si faranno certo prima di un anno abbondante - dicono dalle parti di Bersani - a meno che il governo non cada prima. Nel qual caso bisognerà puntare dritti al voto, cercando di schivare la trappola di quel «governo tecnico» per gestire l’emergenza economica che temono di intravvedere dietro gli appelli all’unità e alla responsabilità del Quirinale. Un governo chiamato a distribuire «lacrime e sangue», e dal quale la sinistra di Vendola (e forse di Di Pietro) resterebbe certamente fuori, mentre il Pd si ritroverebbe poi a pagarne le conseguenze nelle urne. «Molto meglio che sia l’attuale governo a fare la manovra, altrimenti ci ritroveremo di nuovo bersagliati come “la sinistra delle tasse”», ragiona Sergio D’Antoni. Meglio che sia la destra, in limine mortis, a fare il lavoro sporco.

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