Obama, l’anno nero del presidente nero

Il 20 gennaio 2009 cominciava il suo mandato tra l’entusiasmo globale.
Oggi raccoglie i cocci di 12 mesi di difficoltà: la sua popolarità è in
picchiata, l’America fa fatica a risollevarsi, le guerre si
moltiplicano. E rischia di naufragare persino la riforma della Sanità

Barack Obama ha perso le parole. Non parla più di cambiamento, non insiste più con la speranza, non si accanisce più con i sogni. Il presidente è giù: un anno di governo ha cambiato molte cose. Perché adesso a Washington c’è un clima diverso dal 20 gennaio 2009. Allora c’era voglia di leggenda alimentata dalla promessa di stravolgere tutto: le regole di Washington, l’immagine della nazione, i rapporti con il resto del mondo. Dov’è l’ottimismo ora? Dove sono quelle parole? Il presidente oratore ha smarrito il testo della vita. Vede l’America oggi a un giro completo di calendario completato e la scopre diversa: ha sostituito la speranza con la delusione. L’incubo della crisi economica e della disoccupazione ha offuscato l’immagine di Obama e fatto precipitare le sua popolarità. Oggi un americano su due non lo voterebbe più. La promessa di creare un nuovo clima bipartisan a Washington è fallita. L’impegno a smantellare la rete di lobby che ruota attorno all’amministrazione è abortito col risultato che oggi gli affari, i legami tra le corporation e la politica sono identici a quelli di prima e i lobbisti invece di diminuire sono aumentati.

Obama resta un fenomenale personaggio mediatico, capace di creare aspettative e attese, di calamitare l’attenzione mondiale su qualunque cosa faccia o dica. Il problema è sempre stato uno: basta questo a diventare un grande presidente? Solo che il problema adesso è più grande: non c’è più una campagna elettorale, non c’è più lo slancio emotivo, non c’è più la rincorsa di un sogno. Ora c’è la vita, c’è la politica, c’è la realtà. L’anno nero del presidente nero ha picconato l’immagine del vincente, dell’uomo che ha vinto ogni sfida, del politico nuovo, della voce intensa e profondamente diversa dal resto del mondo e della storia. Obama c’è: guida il paese più importante del pianeta trascinandosi un fascino incredibile e una storia meravigliosa, ma non sappiamo se l’aura che si porta dietro ha finito per essere una zavorra.

Perché Obama per governare da presidente ha fatto quello che avrebbero fatto anche altri: aumentato le truppe in Afghanistan, ha deciso di aprire il fronte con lo Yemen, ha elogiato la guerra giusta mentre andava a ritirare il Nobel per la pace, ha rinviato la chiusura di Guantanamo. Quattro cose giuste in un anno pieno di insuccessi. Il paradosso è che il suo giro ha visto in queste decisioni il punto debole del suo mandato, invece il presidente ha sofferto altrove. S’è giocato tutto il capitale politico conquistato con il trionfo elettorale in una sola complicata mano di poker congressuale: l’approvazione della riforma sanitaria. Ecco, è così che ha sfiancato il primo anno di presidenza. Di più: così ha messo in pausa il resto della agenda elettorale e governativa. Così, una per una tutte le partite sono finite male: il tentativo di dialogo con l’Iran è fallito, i gesti di buona volontà verso la Cina hanno fatto gridare al tradimento gli attivisti per i diritti umani e non hanno portato alcun beneficio, la rinuncia allo scudo missilistico ha soddisfatto la Russia, ma senza evidenti contropartite. L’idea che l’Afghanistan possa diventare il Vietnam di Obama terrorizza l’amministrazione, il partito, l’America e il mondo. Obama ha vinto un Nobel per la pace imbarazzante, ma per fortuna quando l’ha ritirato ha ricordato che esiste una «guerra giusta».

Anche la teorica distensione col mondo islamico è stata un naufragio: il presidente s’è ritrovato a Natale con un terrorista che voleva far saltare in aria un volo e con la consapevolezza di avere un buco enorme nell’apparato di sicurezza nazionale. Non vi sono dubbi che Obama, durante il suo primo anno alla Casa Bianca, abbia seminato molto. Ma adesso, in questo difficile 2010, è giunto per lui il momento di raccogliere. I bei discorsi non basteranno più. Il bello è che se dovesse passare, la nuova Sanità non sarebbe comunque quella che il presidente desiderava. È una via di mezzo, una legge spuria, un compromesso uscito dai mille condizionamenti del Congresso. Se passerà. Perché adesso l’anno nero di Obama può tenersi dentro anche questa sconfitta: il seggio del senato che fu di Ted Kennedy passa in mano repubblicana. Vuol dire che Obama perde la maggioranza qualificata di 60 seggi che gli permette di mettere al riparo da ogni ostruzionismo i provvedimenti che deve approvare. Se cade quella soglia, il presidente è nei guai. Il rischio è il crac della riforma sanitaria e pure della legge che introduce la tassa sulle banche. Cioè le uniche due cose sulle quali la base liberal del partito democratico appoggia senza riserve la Casa Bianca.
Ha paura, Obama: a novembre scorso, quando i democratici hanno perso le poltrone di governatore di Virginia e New Jersey.

Il presidente ha fatto campagna elettorale e ha perso. Il seggio del Massachusetts vale la stessa cosa, ma il dramma è che non è neanche determinante. L’addio alla maggioranza dei 60 seggi sarebbe comunque solo posticipato. A novembre si vota per eleggere tutta la Camera e un terzo del Senato: i sondaggi oggi dicono che i repubblicani sono in netto vantaggio, ribaltano situazioni che nel 2008 li hanno visti in crisi e mantengono molte posizioni. La nuova strategia elaborata dai conservatori si chiama «80-20» e significa che spenderanno l’80 per cento del loro tempo nei prossimi mesi a distruggere gli avversari e il 20 a parlare delle loro idee. Perdere mezzo Congresso per la Casa Bianca significherebbe finire di governare a metà del primo mandato. Una catastrofe politica, un fallimento inimmaginabile, un disastro colossale. Oggi non c’è ancora partita, ma la tendenza dice che i repubblicani rimontano. Magari non a sufficienza per vincere e prendere la Camera, ma abbastanza per fare ostruzionismo, per fare un’opposizione vera e per organizzarsi verso le prossime presidenziali.

Adesso non è più come il 20 gennaio 2009: adesso ci vuole poco per mettere in difficoltà il presidente. Cioè esattamente nelle condizioni in cui è ora a un anno appena dall’inizio della sua avventura. Obama è infelice. Obama è in crisi. Si sente quando parla: «Vi sono momenti in cui sento che tutti i miei sforzi sono vani e i mutamenti sono così dolorosamente lenti da sollevare dubbi anche in me. Ma dopo il duro inverno arriva sempre la primavera». Il sole dopo il buio, certo. Però la notte non è finita.

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