Obama come Maroni: respinge gli haitiani Però non fa scandalo

Se lo avesse fatto Maroni, gli avrebbero dato del razzista. E lo stesso sarebbe accaduto se a varare il provvedimento fosse stato Sarkozy in Francia o Zapatero in Spagna, il quale - è bene ricordarlo - pur essendo di sinistra, non è affatto tenero con gli immigrati clandestini. Ma la decisione è di Obama e allora va bene. Negli Usa nessuno ha protestato e nel mondo non si sono levate voci sdegnate. Eppure riguarda le vittime della tragedia che da una decina di giorni commuove il mondo.
Anche gli americani, perché Haiti è vicinissima alle loro coste. E più vicina è la tragedia, più ti senti coinvolto. Di fronte alla Tv si commuovono e mettono mano al portafogli. A condizione, però, che quei poveretti restino sull’isola. Perché se qualcuno propone di ospitare i senzatetto sul territorio statunitense, l’atteggiamento cambia radicalmente: non se ne parla. Nemmeno per poche decine di persone.
Anche Obama, il Nobel per la Pace, il presidente altruista, sensibile e generoso, la pensa come i suoi concittadini. E lo dice a voce alta.
L’altro giorno ha annunciato due misure che sono soltanto in apparenza contraddittorie. La prima è una sorta di grande amnistia per i circa 30mila haitiani immigrati clandestini che, quando la terra ha tremato, già si trovavano sul territorio statunitense e che avrebbero dovuto essere espulsi nelle prossime settimane. Ma come avrebbe potuto la Casa Bianca rispedirli in un Paese dove manca tutto? Barack si è piegato alle ragioni del cuore e del buon senso. Quei 30mila saranno autorizzati a restare per altri 18 mesi e, con ogni probabilità, finiranno per essere regolarizzati.
Tuttavia, ed è la seconda notizia, lo stesso Obama ha chiarito che non tollererà l’arrivo di nuovi profughi e ha dato ordine alla Marina di respingere qualunque imbarcazione in partenza da Haiti. Anche se piena di bambini, di donne, di anziani. Come peraltro, già avviene con i profughi da Cuba. Washington combatte il regime di Castro, ma da anni ferma in mare chiunque tenti di scappare. Lo stesso avverrà con chi fugge da Port-au-Prince.
Cinismo? Com’è possibile allontanare chi in pochi secondi ha perso, senza colpa, casa, lavoro e molte persone care? Eppure l’America non è disposta ad accordare eccezioni, se non per i feriti gravi, che necessitano di cure sofisticate e che saranno trasportati in aereo negli ospedali.
Per tutti gli altri le disposizioni sono perentorie: tolleranza zero. Obama ha addirittura richiamato i riservisti allo scopo di rafforzare il blocco navale attorno all’isola e ha già fatto sapere che qualora qualche boat-people dovesse riuscire a passare lo stesso, verrebbe portato non in Florida, ma a Guantanamo, dove sono ancora alloggiati molti sospetti terroristi.
Implacabile, durissimo Obama. Eppure giusto. O meglio: obbligato a comportarsi così. Di fatto il presidente degli Stati Uniti non ha alternative. Perché se anche una sola barca riuscisse ad arrivare a Miami, la voce si diffonderebbe subito provocando un esodo gigantesco. Centinaia di migliaia di persone si precipiterebbero sulle spiagge e si ammasserebbero su imbarcazioni di fortuna. Ma l’America, per quanto grande e benestante, non può permettere che questo accada, rischiando per di più di provocare movimenti emulativi in altri Paesi dei Caraibi.
No, nemmeno uno dei poveretti di Haiti deve riuscirci. Per questo Obama ha precisato che la sospensione delle espulsioni riguarda solo chi è arrivato prima del 12 gennaio ovvero prima del giorno del terrore. E ha impartito ordini al centro profughi di Miami, già sgomberato in via cautelativa, affinché possa espletare rapidamente le procedure di rimpatrio degli eventuali clandestini.
Finora il messaggio è passato: nessuna barca è partita dall’isola. La gente resta, spera e intanto ringrazia, il mondo ma soprattutto l’America, che guida la gara della solidarietà. Con un obiettivo: ridare Haiti agli haitiani.
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