In Olanda il popolo non è meno sovrano che altrove

Caro Granzotto, il successo elettorale di Geert Wilders che si batte contro l’islamizzazione dell’Olanda è stato molto criticato dal presidente Napolitano. Ma così facendo mette in discussione la democrazia attraverso la quale il popolo si esprime liberamente. Pensa forse che il sistema democratico debba contare anche su un gran giurì che separi i voti «buoni» da quelli «cattivi»? E da chi sarebbe composto? E poi non le pare esagerato marchiare gli elettori di Wilders come xenofobi o, peggio, razzisti?
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Per la verità, caro Milani, parlando di «segnali preoccupanti» Napolitano si riferiva alla piega antieuropeista del Pvv, il Partito della Libertà olandese. È dunque l’antieuropeismo con la sua «illusione anacronistica», con la sua tendenza «a mettersi fuori della storia e della realtà» che arreca crucci all’animo sensibile del nostro capo dello Stato. Il quale, dando per scontata la missione multietnica, multireligiosa e multiculturale dell’Europa europeista, se la prende con gli elettori che votando Wilders hanno mostrato di non volersi assoggettare a quel destino, di non voler abiurare alla propria identità nazionale giulivamente immergendosi nei vasconi del solvente multietnico. Si rimane sempre un po’ sorpresi quando non viene riconosciuta la legittimità del responso elettorale, quasi che la democrazia parlamentare comporti un tribunale di ultima istanza e non sia, di per se stessa, l’ultima istanza. Specie se l’espressione usata per condannare gli elettori del Pvv - mettersi fuori della storia, perseguire obiettivi antistorici - è ripescata dal vecchio armamentario della dialettica comunista. Ma ciascuno gioca con le carte che ha in mano e se quelle ha, quelle cala.
Che siano dentro o fuori della storia, gli elettori del Pvv hanno comunque messo fine al progetto di una società multiculturale che più d’ogni altra nazione occidentale l’Olanda intendeva realizzare nei fatti. Cosa ancora più importante, a mio vedere, è che hanno ricusato il metodo, lo stesso adottato dai dialoghisti e dai confrontisti di casa nostra. E cioè che l’integrazione non debba procedere, col tempo che ci vuole e ce ne vuole, da entrambi i sensi. Ma affermarsi, subito, con il cedimento di una delle parti o se si preferisce con l’imporsi dell’altra parte. Il messaggio elettorale di Geert Wilders: «Vogliamo sottrarre l’Olanda al dominio di una élite sinistrorsa che coccola i criminali e favorisce l’islamizzazione del Paese» è risultato vincente. E convincenti le sue considerazioni: «Più che una religione l’islam è una ideologia. Non vuole competere con le altre fedi, non vuole cambiare la vita dei singoli esseri umani, ma l’intera società. A differenza del giudaismo, non vuole integrarsi nella democrazia occidentale, l’islam vuole dominarla, sottometterla». A dargli torto, ad affermare il contrario agitando il fantasma di un «islam moderato», sono gli stessi che poi gli hanno negato il visto d’ingresso in Inghilterra. «Se avessi criticato la cristianità o il giudaismo - ha commentato Wilders - non mi avrebbero bandito. Ma l’islam è intoccabile. Ho commesso quel che George Orwell avrebbe definito un “reato di pensiero”» (e per il quale l’islam ha lanciato contro di lui una fitna: «La giusta risposta è tagliargli la testa e fargli fare lo stesso destino del suo predecessore, Theo Van Gogh, spedendolo all’inferno». Fossi stato olandese, Wilders avrebbe avuto il mio voto).

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