Richard Nixon è detestato. Tanto, per qualcuno (pochi) troppo. L'America non gli perdonerà mai il fatto di essere il presidente che s'è dovuto dimettere a causa dello scandalo Watergate. Sarà per sempre questo, Nixon. Qualunque cosa accada, sarà il comandante in capo che dovette lasciare la Casa Bianca. Una macchia indelebile che offusca una presidenza molto meno peggio di quanto sia stata dipinta. Ci sono storici che hanno tentato una riabilitazione e c'è anche chi scommette che il futuro riuscirà a mettere Nixon in un posto migliore nella storia dell'America. Ma quel tempo non è ancora arrivato. Siamo lì, fermi. Siamo all'8 agosto 1974, il giorno in cui in diretta televisiva Nixon parlò alla nazione: «Continuare la mia battaglia personale nei mesi a venire per difendermi dalle accuse assorbirebbe quasi totalmente il tempo e l'attenzione sia del presidente sia del Congresso, in un momento in cui i nostri sforzi devono essere diretti a risolvere le grandi questioni della pace fuori dai nostri confini e alla ripresa economica combattendo l'inflazione al nostro interno. Ho deciso perciò di rassegnare le dimissioni da presidente con effetto a partire dal mezzogiorno di domani».
La storia la sanno più o meno tutti: la notte del 17 giugno 1972 Frank Wills, una guardia di sicurezza che lavorava nel complesso di uffici del Watergate Hotel a Washington, notò un pezzo di nastro adesivo sulla porta fra il pozzo delle scale e il parcheggio sotterraneo. Stava mantenendo la porta socchiusa, così Wills lo rimosse, presumendo che l'avesse messo lì l'impresa di pulizia. Più tardi ritornò e scoprì che il nastro era di nuovo al suo posto. Così Wills contattò la polizia di Washington. Dopo che la polizia arrivò, cinque uomini furono scoperti ed arrestati per essere entrati nel quartier generale del Comitato nazionale democratico, la principale organizzazione per la campagna e la raccolta fondi del Partito democratico. Gli uomini erano entrati nello stesso ufficio anche tre settimane prima, ed erano tornati per riparare alcune microspie telefoniche che non funzionavano e, secondo alcuni, per fare delle fotografie. Un'inchiesta dei giornalisti del Washington Post, Carl Bernstein e Bob Woodward, riuscì a documentare che a ordinare le intercettazioni telefoniche fosse stato lo staff del presidente che voleva ascoltare i segreti della campagna del suo sfidante democratico McGovern.
L'inchiesta giornalistica, s'è scoperto molti anni dopo, fu alimentata dal numero due dell'Fbi, arrabbiato con Nixon per non averlo promosso. La retorica la inquadra come la più celebre forma di contropotere della stampa e, anche se la portata è stata un po' gonfiata dalla mitologia, resta il fatto che Nixon si dimise a causa del rumore di quegli articoli e del seguente dibattito politico nato da quelle rivelazioni.
Ma c'è un Nixon oltre il Watergate? Ovviamente sì. Si sa che era antipatico, scontroso, intrattabile. Si sa che non piaceva neanche ai nemici. E poi? Come spesso accade, il resto è sotto traccia, perché lo scandalo ha coperto ogni altra cosa, esattamente come la guerra in Vietnam fece con Johnson. Però, proprio come per il presidente Johnson, anche Nixon merita che gli venga riconosciuto ciò che ha fatto. Era un tipo tosto, Richard. Era nato il 9 gennaio 1913 a Yorba Linda, in California, in una famiglia quacchera e si era laureato in legge nel 1937 alla Duke University. Avvocato di professione e arruolato nei ranghi della Us Navy durante la Seconda Guerra Mondiale, Nixon arrivò a Washington per la prima volta nel 1946: prima come deputato e poi da senatore si guadagnò la fama di tenace anti-comunista. Era un giovane brillante, una specie di astro nascente del Partito repubblicano. Tanto astro da essere scelto come vicepresidente di Dwight Eisenhower. Ecco, questo non se lo ricorda nessuno. Ma negli anni d'oro della presidenza di Ike, al fianco del generale felice c'era questo signore californiano sempre molto carico. Si mise in proprio, Richard. Si candidò alle presidenziali del 1960: perse contro il più giovane e brillante John Fitzgerald Kennedy. Dite: bè, facile, no? In realtà ancora oggi su quelle elezioni c'è la macchia di qualche broglio. Kennedy vinse per un pugno di voti e fece la storia con la sua morte. Nixon fece una figura buona per tutta la campagna, ma crollò in un celebre dibattito televisivo, nel quale andò in panico, cominciò a sudare come raramente accade e poi si inceppò in diverse situazioni. Sconfitto, cercò di ripiegare sul governatorato della California, ma perse anche lì. E pronunciò una frase che resterà nella storia del rapporto tra lui e la stampa: «D'ora in poi non avrete più un Richard Nixon da prendere a calci... Questa sarà la mia ultima conferenza stampa...».
Invece non scomparve: si ricandidò alla presidenza nel 1968 e vinse. A sorpresa, come testimoniarono alcuni giornali che parlarono della sua rinascita politica come «la più grande resurrezione dai tempi di Lazzaro». Da presidente, nel primo mandato, fu perfetto nei rapporti con l'Urss. Fu lui, militarista convinto, a firmare i primi accordi della storia sulla non proliferazione di armi. È all'odiato Nixon che il mondo deve dire grazie per il fatto che non ci sia mai stata una guerra atomica Usa-Urss. Lasciò il Vietnam e andò in viaggio ufficiale nella Cina di Mao.
Oltre lo scandalo Watergate il campione della «pace fredda»
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