Ora Mosca guarda a Obama e attacca Teheran

La Russia si è finalmente decisa a collaborare al contenimento delle ambizioni nucleari dell'Iran, che tanto allarmano gli Stati Uniti, l'Europa ed Israele? Per adesso è solo una speranza, ma i segnali si moltiplicano. L'altro ieri il presidente Medvedev, dopo avere elogiato Obama per la rinuncia allo scudo missilistico in Polonia e Repubblica Ceca, ha aggiunto: «C'è sempre un equilibrio in politica; e se i nostri interlocutori si mostrano sensibili alle nostre preoccupazioni, noi saremo, naturalmente, più attenti alle loro». Ieri il ministero degli Esteri russo si è associato alla condanna occidentale dell'ultimo discorso di Ahmadinejad, che per l'ennesima volta ha negato l'Olocausto e sostenuto che Israele è condannato a scomparire: «Sono parole totalmente inaccettabili», ha detto il suo portavoce, «che offendono la memoria di tutte le vittime e non contribuiscono certo a creare un clima internazionale in grado di incoraggiare un dialogo fecondo sulle questioni che riguardano l'Iran».
Mai prima d'ora Mosca si era espressa con tanta durezza; e sebbene nessuna delle due dichiarazioni contenga un esplicito riferimento all'inasprimento delle sanzioni che è nei piani americani, ma che lo stesso Putin aveva, ancora pochi giorni fa, escluso, sembra chiaro che qualcosa si sta muovendo.
C'è molta attesa per il discorso che Ahmadinejad pronuncerà la settimana ventura all'Assemblea generale dell'Onu, subito dopo l'intervento di Obama. Ma l'appuntamento più importante è per il primo ottobre, quando i rappresentanti dei cinque membri del Consiglio di Sicurezza più la Germania incontreranno - a Vienna o Istanbul - una delegazione iraniana. Questo incontro ha una storia molto tormentata. Tre mesi fa, la Casa Bianca aveva dato a Teheran una specie di ultimatum, invitandola a fornire entro il 30 settembre una risposta definitiva alla proposta di rinunciare all'arricchimento dell'uranio in cambio di un generoso pacchetto di accordi economici e di concessioni politiche. Ahmadinejad ha reagito ribadendo la volontà del suo governo di continuare con il programma nucleare - «La questione è chiusa e non può più essere oggetto di negoziati» - e proponendo invece di confrontarsi con le grandi potenze su una serie di problemi globali. Sembrava solo un nuovo modo per guadagnare tempo e allontanare la minaccia di un terzo round di sanzioni: insomma una presa in giro. Molti, infatti erano del parere che la proposta non fosse ricevibile. Invece Obama, deciso a sperimentare fino in fondo la sua politica della mano tesa, ha accettato la sfida, precisando che, per l'America, la questione nucleare doveva restare in testa all'agenda.
Ora le diplomazie si stanno preparando a questa conferenza, che con ogni probabilità sarà decisiva: se l'Iran non si aprirà a un serio negoziato che dia i suoi frutti in tempi rapidi, un nuovo round di sanzioni appare inevitabile. Francia e Germania, originariamente riluttanti, hanno già dato il loro consenso di massima, la Russia - come abbiamo visto - sembra più disponibile, la Cina - per cui l'Iran è un importante partner commerciale - è ancora ostile, ma se il primo ottobre si rendesse conto che Ahmadinejad è di nuovo in malafede, potrebbe adeguarsi. Nessuno ha interesse che l'Iran si doti dell’atomica, anche per scongiurare un'azione militare preventiva di Israele.
Su queste manovre influisce indubbiamente anche la confusa situazione interna dell'Iran. L'incontro di ottobre viene criticato anche perché - che ci piaccia o no - costituisce una forma di legittimazione per un presidente rieletto solo grazie a giganteschi brogli e che continua a essere contestato. I riformisti non mollano e prende forma la speranza che, alla fine, questa rivolta strisciante possa davvero minare l'egemonia di Ahmadinejad.