Il paradosso diBros, vandalo per strada ma artista in chiesa

Il writer, a processo per imbrattamento, è stato invitato da un parroco in Toscana per dipingere la sua parrocchia In aula si difende con il curriculum: articoli, interviste a Sgarbi, il catalogo delle opere. E le pagine web del Comune

Il paradosso diBros,  
vandalo per strada 
ma artista in chiesa

C’è qualcosa di strano nella carriera di Bros. Perché lui, il writer, è considerato un artista. Ma proprio a causa della sua arte è finito in un’aula del tribunale con l’accusa di deturpamento e imbrattamento. E mentre il vicesindaco Riccardo De Corato rincara la dose («Chi fa tag o graffiti su edifici pubblici o privati senza alcuna autorizzazione commette una violenza»), il ragazzo - già indicato dall’ex assessore alla cultura Vittorio Sgarbi come un «Giotto dei tempi moderni» - racconta di essere stato contattato da un parroco in Toscana che gli ha proposto di dipingere interni ed esterni di una chiesa. «I temi religiosi mi interessano molto, anche perché vivo in Italia. Ho già realizzato in passato un’installazione che riproduceva la “moltiplicazione dei pesci” nella Darsena». Ecco la difesa di Bros, al secolo daniele Nicolosi. È il suo curriculum, sono le sue mostre a Palazzo Reale e al Pac, le sue opere che hanno sfondato nel mercato dei collezionisti. In pratica, si può condannare l’arte?
Ieri, nel corso dell’udienza, i legali del writer - gli avvocati Guido Chiarloni e Giuseppe Iannaccone - hanno depositato come fonti di prova due articoli pubblicati sul Corsera che lo ritraggono come artista e un’intervista proprio all’ex assessore Sgarbi, il catalogo delle opere dell’imputato e - paradosso - anche due pagine tratte dal sito web del Comune. Lo stesso che ora lo attacca. A processo, però, non ci sono le «tele» di Nicolosi, ma i graffiti realizzati nel 2007 sul muro del carcere di San Vittore, sulla pensilina del parcheggio delle biciclette alla fermata della metropolitana di piazzale Lodi, e sulla sede di un’immobiliare in via De Angeli 4 (quest’ultimo lavoro è stato realizzato assieme a un’altro writer, anche lui denunciato, ma la proprietaria ha rimesso la querela e l’accusa dovrebbe cadere). «Arredi urbani dimenticati dalla città», spiega daniele. Ma Palazzo Marino, parte civile, lamenta un danno di 7mila euro. Denaro pubblico speso per ripulire i graffiti realizzati dal writer. Bros da un lato, il Comune dall’altro. Poli opposti, posizioni che appaiono inconciliabili.
«Continuo lavorare su tanti progetti a Milano ma non per il Comune di cui capisco le ragioni, ma non le condivido - racconta infatti il writer -. Noi non ci vogliamo precludere un dialogo con la città, ma con Palazzo Marino ci abbiamo provato nel 2007 e non ha funzionato. Avevamo proposto di eleggere al rango di monumenti alcuni interventi abusivi come il Dax sulla Darsena o i graffiti sui muri limitrofi al Leoncavallo eleggerli monumenti, ma loro non hanno accettato. E invece anche queste opere diventano luoghi di appartenenza come altri monumenti». E a dare la misura di una distanza che sembra incolmabile, arriva la replica a distanza di De Corato. «La street art non è una medicina prescritta dal medico. I cittadini hanno tutto il diritto di non volerla a casa propria». Quindi, l’assessore rilancia. «Contro i graffitari in un futuro, che è prossimo, useremo in chiave preventiva ma anche repressiva le nuove telecamere “intelligenti”, che allertano automaticamente per situazioni a rischio. A tutela, innanzitutto, di alcuni luoghi sensibili, come ad esempio le colonne di San Lorenzo».

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