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Parlamento

C’è l’ok del Senato. E alla Camera Meloni medita sull’ipotesi fiducia

Il voto definitivo l’8 ottobre. Fdi divisa sull’idea di blindare il testo come Renzi (2015) e Gentiloni (2017)

Risultato del voto in occasione del voto finale in materia di legge elettorale. Senato, Roma Martedì 15 Settembre 2026 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Result of the vote on the occasion of the final vote on the electoral law. Senate, Rome, Tuesday. September 1 5 2026. (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Archiviato lo scontatissimo via libera del Senato (113 sì, 71 no, 2 astenuti e prevedibile alzata di scudi dell’opposizione con sfilata in Aula di cartelli contro la «legge truffa»), la riforma elettorale voluta da Giorgia Meloni si prepara ora allo sprint finale alla Camera. Dove pur essendo calendarizzata per il 28 settembre - arriverà nella prima settimana di ottobre, così da poter contingentare i tempi del dibattito, con l’obiettivo di essere approvata entro giovedì 8.

Un passaggio, quello a Montecitorio, che non necessariamente sarà più complicato del Senato ma che certamente verrà accompagnato da un carico di pathos ben diverso. Alla Camera, infatti, è possibile chiedere il voto segreto in più di una occasione, con il rischio che nell’urna facciano capolino non solo il dissenso sottotraccia che accompagna questa riforma elettorale ma anche le tensioni interne a Forza Italia e Lega. A Palazzo Chigi e via della Scrofa, infatti, temono che Antonio Tajani e Matteo Salvini non abbiano più il pieno controllo dei loro gruppi parlamentari. Di qui la tentazione del governo di porre la questione di fiducia sui singoli articoli del provvedimento - 1 e 2 in particolare così da blindare il testo e circoscrivere il rischio al solo voto finale (che in ogni caso sarà segreto).

Uno scenario, spiega in Transatlantico il ministro Luca Ciriani, sul quale in verità si sta ancora meditando perché il gioco potrebbe non valere la candela. «Il governo - aggiunge - deciderà a tempo debito». Cioè non prima di inizio ottobre. Andare sotto un’altra volta sulle preferenze (articolo 1), è una parte del ragionamento che si sta facendo dentro Fdi, potrebbe essere infatti meno impattante che venire sconfessati sul voto finale all’intero provvedimento. E comunque senza che il governo ponga la fiducia decisione che deve essere presa dal Consiglio dei ministri - qualunque incidente potrebbe essere tecnicamente circoscritto a una dinamica parlamentare. In verità si tratta di sfumature e - fiducia o no un altro scivolone dopo quello di metà luglio non potrebbe che compromettere irrimediabilmente la legislatura. Insomma, il risultato non cambia.

Meloni, però, potrebbe decidere di non blindare il testo per altre ragioni. Se davvero i deputati della maggioranza sono pronti all’incidente, è uno dei ragionamenti, hanno comunque lo scrutino finale a voto segreto dalla loro e quindi poco importerebbe di aggiungere altri due o tre voti segreti prima. I franchi tiratori, infatti, avrebbero in ogni caso l’occasione per colpire e affondare il provvedimento. Di contro, evitare di porre la fiducia permetterebbe alla premier - sia in caso di successo che di sconfitta di rivendicare di aver lasciato libertà di scelta al Parlamento. A differenza di quanto fecero i governi di Matteo Renzi nel 2015 (sull’Italicum) e Paolo Gentiloni nel 2017 (sul Rosatellum). E, inoltre, non esporrebbe Meloni a dieci giorni di campagna delle opposizioni che inevitabilmente griderebbero al colpo di mano.

Di qui, i dubbi. Anche se alcuni degli esponenti di Fdi più vicini al dossier della legge elettorale continuano a pensare che porre la fiducia almeno sugli articoli 1 e 2 sia la soluzione migliore per circoscrivere al minimo i rischi (ed evitare valanghe di emendamenti). Tutti timori che, almeno a microfoni accesi, non sembrano preoccupare Ignazio La Russa. «Sono ottimista, perché mai si dovrebbe votare contro questa legge?», taglia corto il presidente del Senato.

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