Nel salone semi affollato di Palazzo Madama il capogruppo grillino Patuanelli parla di una delle questioni aperte dalla legge appena approvata, quella delle seimila firme per collegio richieste ai nuovi partiti che vogliono presentarsi alle elezioni. Il tema gli preme. Riguarda Onorato, l’alleato di Giuseppe Conte, il suo Lukaschenko, quello che ha l’ambizione di trasformare Antonio Ingroia «in un moderato». E le teste d’uovo 5stelle stanno valutando una qualche operazione per salvaguardarlo. «Pensiamo di dare a Onorato - confida - i parlamentari necessari per avere un gruppo in Parlamento e ovviare al problema. Una battaglia di principio. Se lo farà anche per Grillo? Sarebbe giusto pure per lui. È la democrazia». Norma permettendo.
Le «firme» sono uno dei problemi di una legge che non soddisfa molti e che appena approvata sembra non avere padri. Il leghista Centinaio ha disertato la votazione. «Uno schifo - ha spiegato - non lo voto. E non accetto minacce. Per me possiamo andare tutti a casa domani». Romeo, capogruppo del Carroccio, addirittura si è dileguato al momento della dichiarazione di voto. «Da mesi - spiega - non mi mandano in tv, ho una fatwa televisiva. Per cui ho preferito dare la parola a chi dovrebbe sapere perché approviamo una legge che beneficia altri». Anche dalle parti di Forza Italia i toni non mutano. Un collettore di voti come Fazzone, con una cattedra in leggi elettorali conquistata sul campo, è furioso. «Una schifezza - esplode - che aiuta solo Vannacci e un pochino i Fratelli. I miei non hanno le palle. E la sinistra sbagliando non ha offerto sponde».
Insomma, a sentire gli umori la legge potrebbe anche essere affondata nell’ultimo passaggio alla Camera, ma i «bookmaker» del Palazzo già la considerano varata. Non è una contraddizione: i mugugni senza «palle», Fazzone dixit, sono sterili. Per cui alla fine lo «stabilicum» diventerà legge non fosse altro perché è stata annunciato anche se c’è il rischio che premi quello che sulla carta doveva essere il suo bersaglio, cioè Vannacci. In molti pensano infatti che sia il sistema più favorevole al Generale. Il combinato disposto «premio»-«proporzionale» gli permette di avere due strategie: giocare la partita dell’alleanza chiedendo molto nella trattativa con il centro-destra; o scegliere la corsa solitaria nella logica della AfD tedesca. Con due armi di pressione a disposizione: i suoi voti, sondaggi alla mano, servono alla Meloni sia per vincere, sia per aggiudicarsi il premio elettorale. «Pessima legge - sentenzia Pierferdinando Casini - che non servirà allo scopo di chi l’ha pensata». Mentre Dario Parrini, esperto di diritto costituzionale del Pd, svela gli umori del Senato. «Scriverò un libro - annuncia - in cui riporterò quello che mi hanno detto i colleghi della maggioranza dal titolo: Che cavolo stiamo facendo?!. Questa legge sarà approvata perché, come diceva Keynes, i politici sono schiavi delle dichiarazioni che hanno fatto».
Un’atmosfera strana che coglie pure il ministro Ciriani. «L’importante è portarla a casa - ragiona - ma ho dei dubbi sull’opportunità di porre la fiducia alla Camera. Non so se il rischio valga la candela. Io parlo con i parlamentari, colgo l’insoddisfazione che cova. E la Camera è peggio del Senato. Alla Camera molti sono arrivati per caso. Grazie al consenso raccolto dalle Meloni alle ultime elezioni c’erano più sedie che sederi. E personaggi così che ne sai come si comportano quando si parla di una legge che condiziona il loro ritorno in Parlamento». Ed ancora: «Se la legge aiuta Vannacci? Sicuramente se avessimo introdotto il ballottaggio tra le due forze che non raggiungono il premio non ci sarebbe stato il rischio. Ma la Lega non ha voluto sentir ragioni. Ora bisogna puntare tutto, anche in tv, su una campagna che polarizzi il consenso tra i due candidati premier, tra la Meloni e la Schlein». Dubbi che non scalfiscono un uomo di esperienza come La Russa. Nei tornanti dell’esame il presidente del Senato ha sempre difeso il suo punto di vista. Agli emissari dell’opposizione ha spiegato più volte: «Non prendo ordini da Giorgia come altri, ho la mia autonomia». Un atteggiamento che gli permette di leggere la realtà: «Oggi visti i sondaggi chi è sicuro di avere il 42%, di aggiudicarsi il premio? Nessuno». Per cui alle prossime elezioni non è detto che lo «stabilicum» dia un vincitore. Un paradosso rispetto al nome.
