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La mediazione sulle preferenze. "Coinvolgiamo i cittadini"

Fronti spaccati. Donzelli: "Troviamo il modo per far scegliere gli elettori"

La mediazione sulle preferenze. "Coinvolgiamo i cittadini"
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Un mese fa Stefano Benigni, plenipotenziario di Forza Italia sulla legge elettorale spiegava così lo stratagemma per disinnescare l'argomento «preferenze» che divide il centro-destra. «Gli uomini della Meloni - raccontava - ci hanno informato che porteranno un emendamento in aula per introdurre le preferenze. Ma l'accordo prevede che non passi». Era l'espediente escogitato dallo stato maggiore di Fratelli d'Italia per intestarsi una battaglia popolare senza mettere a rischio l'approvazione della legge, perché su quel punto leghisti e azzurri erano stati - e sono - estremamente categorici: «Se passa l'emendamento sulle preferenze alla Camera - è la minaccia di Roberto Calderoli - noi facciamo saltare la legge al Senato».

Dopo un mese la mina è ancora là e il tragitto della legge elettorale non è ancora bonificato. O meglio la situazione si è fatta più complicata visto che annusata l'aria l'opposizione approfittando del voto segreto ha studiato alcune tattiche parlamentari: o votare a scrutinio segreto a favore dell'emendamento delle preferenze (ipotesi improbabile) provocando la reazione di leghisti e forzisti; o lasciare l'aula mettendo la maggioranza di fronte alle proprie divisioni. Una tattica del genere renderebbe problematico l'utilizzo dell'emendamento di «facciata». La Meloni, però, persiste nell'idea di lanciare un segnale nella legge per coinvolgere di più l'elettore nella scelta dei parlamentari anche per rintuzzare la campagna che l'opposizione farà contro un sistema elettorale che considera alla stregua di «una svolta autoritaria». Per cui è in atto un nuovo tentativo per trovare un compromesso che coinvolga gli alleati.

Si parla di un altro «vertice» di maggioranza per individuare una mediazione che salvi capra e cavoli. «Bisogna trovare un'ipotesi più moderata dell'introduzione delle preferenze tout court - osserva Giovanni Donzelli (foto), regista della battaglia parlamentare - che consenta ai cittadini di dare il loro contributo nella scelta dei parlamentari e contemporaneamente garantisca ai partiti la possibilità di selezionare la propria classe dirigente. Non bisogna offrire argomenti alla sinistra. Per questo alla Camera non metteremo il voto di fiducia».

Un tentativo complesso visto l'atteggiamento ideologico di leghisti e forzisti. Solo che è complicato - e in questo gli uomini della Meloni hanno le loro ragioni - far digerire all'elettorato un premio che sulla carta potrebbe valere il 13% (cioè i voti, secondo i sondaggi, dei 5stelle o la somma di quelli di leghisti e forzisti) visto che la soglia è al 42% senza offrirgli la possibilità di partecipare in prima persona alla scelta del parlamentare.

Proprio su questi argomenti le opposizioni punteranno nella loro guerriglia contro la legge: Vannacci sta facendo già una campagna in favore delle preferenze; stessa cosa i 5 stelle, mentre diversi esponenti della sinistra accarezzano l'idea di proporre un innalzamento della soglia del premio al 45% per incalzare la Meloni e dimostrare che la legge è fatta a sua immagine e somiglianza. Intanto il Pd presenta un emendamento che vieta di mettere nei simboli dei partiti in coalizione nomi diversi dal candidato premier: un modo per mettere scompiglio nella Lega e in Fi che hanno quelli di Salvini e Berlusconi.

Poi c'è un problema di fondo. Lo schema della legge era stato immaginato prima dell'ingresso in scena di Vannacci. Ora il centro-destra rischia di apparecchiare un nuovo sistema elettorale che potrebbe essere sfruttato dagli avversari per conquistare nella prossima legislatura sia Palazzo Chigi, sia il Quirinale. Ecco perché nel centro-destra è in corso una riflessione tra chi vorrebbe accogliere il generale in coalizione e chi no. Paradossalmente tra i primi ci sono i forzisti che sulla carta dovrebbero essere i più lontani da Vannacci. Mulè ha ventilato opzioni improntate al «pragmatismo». Mentre uno degli esponenti del nuovo corso azzurro si lascia andare da settimane a congetture ecumeniche: «O prendiamo Vannacci, o si perde. Bisogna imbrigliarlo dandogli una responsabilità di governo, magari il ministero dell'Interno, come si fa con i populisti. Perché se li lasci fuori, vedi la Le Pen, crescono».

Operazione più semplice a dirsi che a farsi. I primi a saperlo sono i leghisti scottati dal rapporto con il generale. Finora l'alleato «scomodo» è stato ignorato o accusato di tradimento. Ora è il momento dello studio. Il generale, invece, usa una strategia militare: dice che è pronto ad entrare in coalizione se sono rispettate le linee rosse.

Tradotto: non dice di «no» per non alimentare l'immagine del traditore che favorisce la sinistra; ma pone pregiudiziali per poter dire in caso di rottura che sono stati i suoi interlocutori a «tradire» i valori del centro- destra. «Se gli andiamo dietro - consiglia il leghista Candiani - quello ci porta a spasso». E nella confusione l'esame in aula della legge elettorale slitta ancora di una settimana.

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