A sinistra il Quirinale non è semplicemente la sede della Presidenza della Repubblica. È una proprietà di famiglia, un bene politico sottoposto a vincolo ideologico, come certi palazzi storici nei quali si può entrare soltanto con l’autorizzazione della soprintendenza. Democratica, naturalmente. L’ipotesi che un giorno Giorgia Meloni, oppure qualsiasi altro esponente del centrodestra, possa varcare il portone del Colle scatena quindi una reazione da allarme antincendio. Non si discute se il candidato abbia i numeri, l’esperienza o l’autorevolezza. Si cerca direttamente l’uscita di sicurezza.
Matteo Renzi, intervistato dal Foglio, ha offerto una dimostrazione plastica di questo terrore. Alla domanda su una possibile Meloni al Quirinale, il leader di Italia Viva ha risposto che lei vorrebbe andare al Colle mentre lui vorrebbe mandarla a casa. Poi ha definito il premier "scendiletto di Trump" e assicurato che la sua immagine internazionale sarebbe stata “distrutta”. La consueta grandinata renziana: molti aggettivi, qualche battuta e l’immancabile convinzione di essere l’unico depositario della verità.
Il passaggio più interessante, però, viene subito dopo. Renzi ammette che l’eventuale corsa di Meloni sarebbe perfettamente legittima e non avrebbe nulla di eversivo. Poi, nel giro di poche righe, la trasforma nella minaccia di un presidente intenzionato a governare dal Quirinale e a impadronirsi delle istituzioni. Legittima, dunque, ma da fermare a ogni costo. Costituzionale però intollerabile. Democratica purché non accada.
Il problema, evidentemente, non è la Meloni. È l’idea che il Colle possa non essere più riservato a una figura preventivamente approvata dalla sinistra, dai suoi giornali e dal circuito delle persone perbene. La Russa diventa lo “spauracchio”, Meloni il tiranno in preparazione, qualunque nome di centrodestra il sintomo di un’imminente deriva autoritaria. È uno schema già sperimentato contro il governo. Cambiano le campagne, resta l’allarme democratico permanente.
Il Pd ha condotto la battaglia referendaria sostenendo di dover “difendere la Costituzione” da un esecutivo accusato di voler concentrare il potere e assoggettare la magistratura. È opposizione politica pienamente legittima, ma il copione è riconoscibile: ogni riforma del centrodestra non è soltanto sbagliata, è l’anticamera del regime; ogni scontro istituzionale non è un conflitto politico, è un attentato alla democrazia.
Italia Viva, dal canto suo, ha trasformato l’opposizione in una produzione quasi industriale di slogan. Prima i manifesti di “Quando c’era lei”, costruiti richiamando deliberatamente l’estetica del Ventennio. Ma l’asse anti-Meloni è piuttosto impressionante, considerando che comprende anche l’estrema sinistra radicale: basti pensare ai Carc, recentemente protagonisti alla Camera con il M5s. Un movimento che ammette candidamente di sfruttare le contestazioni di piazza per “cacciare il governo Meloni” e instaurare “un governo di blocco popolare”, rendendo il “Paese ingovernabile”. Parliamo di aspiranti statisti che nell’ottobre del 2024 scrivevano: “Quando vige un ordine sociale ingiusto, il disordine è il primo passo per instaurare un ordine sociale giusto”. Sia chiaro: Pd, Italia Viva e un’organizzazione comunista extraparlamentare non sono la stessa cosa e non possono essere confusi. È però significativo osservare come il bersaglio dichiarato rimanga sempre il medesimo.
Insomma, il discorso è chiaro: il centrodestra può vincere le elezioni, governare e magari rivincerle, purché non gli venga in mente di occupare anche gli spazi istituzionali che la sinistra considera di propria pertinenza naturale. Il Quirinale è il più importante di questi spazi. Per decenni una parte della politica italiana ha coltivato l’idea che il presidente della Repubblica dovesse essere “super partes” nel senso molto particolare di non appartenere mai alla parte avversa. Un uomo proveniente dalla sinistra può diventare garante di tutti. Un uomo o una donna proveniente dalla destra, invece, resterebbe inevitabilmente uomo o donna di parte. Peccato che la Costituzione dica altro e non preveda commi sulla necessità di aver frequentato una festa dell’Unità, firmato un appello dell’Anpi o superato un colloquio motivazionale davanti alla redazione del giornale rosso.
Ed è proprio questa la battuta che corre sui social. C’è chi deride il panico preventivo della sinistra e chi, come il giornalista Matteo Palumbo in un video diventato virale nelle ultime ore, continua a cercare nella Carta l’articolo segreto secondo cui al Quirinale può salire soltanto chi possiede il patentino progressista. La ricerca, ovviamente, non ha prodotto risultati.
Forse perché quell’articolo non esiste. Esiste soltanto nella costituzione della sinistra, quella non scritta secondo cui l’alternanza è bellissima, purché a perdere e a lasciare le stanze del potere siano sempre gli altri.