PASCOLI Il fanciullino animalista

Cani, tortore, passeri, caprette: il poeta li considerava beniamini e confidenti

Iniziati il 6 aprile, proseguono a Barga i festeggiamenti del 150º anniversario della nascita di Giovanni Pascoli, che toccheranno il culmine il prossimo 31 dicembre. Nato, infatti, il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna (oggi San Mauro Pascoli), muore a Bologna il 6 aprile 1912. «Anche oggi il mondo par diminuito di valore» esordirà all’indomani Gabriele d’Annunzio commemorando l’amico.
Barga, ossia Castelvecchio, che ne è una frazione, fu la residenza «poetica» di Pascoli, da lui stesso definita «La valle del bello e del buono», espressione che ritroviamo anche nel titolo di un libro che gli ha di recente dedicato Umberto Sereni (Giovanni Pascoli. Nella valle del bello e del buono, ed. Pacini Fazzi). Il poeta vi giunse da Livorno il 15 ottobre 1895 insieme alla sorella Mariù, il cane Gulì e una gabbietta di uccellini.
Nella sua vita e nelle sue opere, Pascoli ha sempre privilegiato gli animali: sono i suoi beniamini e confidenti. Il pittore Antonio Possenti ha avuto l’idea, subito accolta dal comune di Barga, d’interpretarne il bestiario con una esposizione di quaranta pitture. «Era un progetto che coltivavo da tempo - ci ha detto Possenti -. Come molti italiani della mia generazione, Pascoli vive in me dai tempi di scuola. Mi ha sempre affascinato e coinvolto il suo amore per la natura e gli animali, di cui anch’io sono amante. Poi condivido con lui l’incombenza del dolore e della morte, ai quali occorre tuttavia reagire. Pascoli è inoltre un grande poeta, il capofila del Novecento. Ovviamente nelle opere che gli dedico ci metto anche molto di mio, quasi un confronto tra poesia e pittura». La mostra aprirà il 10 luglio e si divide in due sezioni. La prima dal titolo «Gli animali del Pascoli» avrà sede nella foresteria della casa di Castelvecchio; la seconda, «Gli animali nella poesia di Giovanni Pascoli», con commenti di Giuseppe Lionelli, si svolgerà alla Fondazione Ricci di Barga.
«Pascoli e gli animali? Un sodalizio che inizia dal 1858 col cane Jolì, quando il poeta aveva appena tre anni. Fu suo compagno di giochi fino al 1869. Meticcio di taglia media, sapeva imitare i gesti di fare la calza e di sbadigliare», racconta Gian Luigi Ruggio, conservatore della casa del poeta, suo biografo, nonché curatore della mostre di cui ha scritto il testo del catalogo.
«Ma non furono solo i cani suoi amici. Troviamo anche - prosegue Ruggio - una tortorina bianca che andava a fargli visita quando era studente a Urbino. Nel becco aveva sempre una briciola di pane come a sfamare un uccellino prigioniero. Non di meno amava gli animali sua sorella Mariù. A Castelvecchio ebbe una tenera storia con una caprina della quale gustava a colazione il latte ancora caldo. Grande fu il suo dolore quando morì strozzata per la negligenza di un giovane garzone che la lasciò libera con la corda sciolta. La sensibilità animalista dei Pascoli sembra a prima vista una sorta di psicopatologia. Ma non è affatto così, specie riguardo a Giovanni, la cui sensibilità di poeta lo portava a vedere un’altra realtà. Sui suoi strumenti poetici, negli animali trovava la purezza, l’innocenza e l’amore disinteressato che nulla vuole in cambio. Sono quindi felice di collaborare a questa iniziativa di Possenti che mette in evidenza - conclude il Conservatore - un Pascoli più che mai attuale».
Il poeta di Castelvecchio fu senz’altro un antesignano degli animalisti. In un’epoca come la sua, dove le bestie avevano un ruolo marginale nei sentimenti della gente, in lui trovano amore e protezione; sono le sue confidenti, a cui può manifestare tutto se stesso. Se Darwin coglieva negli animali l’espressione di sentimenti analoghi a quelli degli uomini in chiave scientifica, Pascoli ve li coglieva in chiave d’una poetica che ha spesso risvolti esoterici.
Merlino era un passero di macchia mediterranea, come usava definirlo il suo padrone. Allevato di nido, aveva un’ala imperfetta. Ma questa sua menomazione (anche Pascoli era leggermente claudicante) sembrava avergli accentuato le doti canore e intuitive, che manifestava con gorgheggi più o meno intensi. Così è per il Rosignolo, il Passerino, il Canarin: tutti oltremodo comunicativi e veggenti, e che riposano nel giardino della casa di Castelvecchio con la stele scritta da Pascoli.
In Gulì, suo ultimo cane, che visse ben 17 anni, capiva gli stati d’animo dalla luce degli occhi o da come metteva le orecchie quando lo faceva mangiare con lui a tavola. Altri interlocutori, o meglio interpreti dei drammi della vita, gatte e uccelli notturni tra cui l’assiolo che, col suo richiamo, il chiù, predomina la notte d’una celebre poesia. Poi La cavalla storna che traina il calesse fino a casa con suo padre Ruggero morto assassinato. Nessuno vuole dire chi è stato l’omicida. Ma quando la madre del poeta ne fa il nome alla cavalla, lei emette un nitrito. Un nitrito di brivido e di dolore disperato che, senza tregua, traverseranno vita e opere pascoliane.

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