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Pasolini e i turchi

Ansa
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"I Turcs tal Friul" (I Turchi in Friuli) è un dramma, a metà tra la tragedia e la sacra rappresentazione, composto da Pier Paolo Pasolini nel 1944. Soggetto dell'opera è l'invasione dei Turchi in Friuli nel 1499. Un evento tragico (anche se non insolito) testimoniato da una lapide che il giovane poeta poteva leggere nella Chiesa di Casarsa. I turchi, miracolosamente, avevano messo a ferro e fuoco il Friuli ma avevano risparmiato Casarsa. Sotto il velo storico, Pasolini pensa naturalmente alla sorte del Friuli del 1944, conteso da forze diverse: i repubblichini, i tedeschi, i partigiani e, all'interno dello schieramento partigiano, i gruppi comunisti filo-jugoslavi. Ci sono lampi sinistramente profetici. La morte di Meni Colus, alla fine dell'opera, sembra annunciare quella del fratello Guido, martire della Brigata Osoppo, massacrata dai partigiani rossi. Il libro fu pubblicato postumo nel 1976, l'edizione di riferimento però è quella curata da Graziella Chiarcossi, prefata da Giulio Agamben, tradotta dal friulano a opera di Ivan Crico e pubblicata da Quodlibet nel 2019. Il fatto che sia rimasta postuma non è segno di scarso interesse per la lingua friulana (in realtà una lingua composita, quasi trecentesca) del testo.

Tanto è vero che Pasolini pensò di raccogliere le sue poesie col titolo di "Bestemmia", parola chiave dei Turcs tal Friul. Forse Pasolini sentiva di aver raccontato anche troppo di sé e della tragica fine di Guido. Comunque sia, non siamo nel campo dell'esercizio linguistico ma della vera poesia.

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