Mondo

Il passato che non muore L’eterno ritorno dei «non allineati»

Con un appello del presidente egiziano Hosni Mubarak a un nuovo ordine mondiale «più giusto ed equilibrato» (e una laica preghiera, immaginiamo, rivolta in direzione della collina di Dedinje, a Belgrado, dove da 29 anni riposa il maresciallo Tito) si è aperto ieri a Sharm El-Sheikh il quindicesimo vertice dei Non Allineati, che riunisce per due giorni i capi di Stato e di governo di una cinquantina di Paesi.
Detto così, con la prosa verticalmente assertiva delle agenzie di stampa, la notizia sembra una cosa seria. Buon senso vorrebbe invece che si spiegasse che si tratta di un'assemblea di morti viventi, di zombie della politica internazionale rimasti legati a una visione decotta del mondo, quando il mondo era diviso in due blocchi e a far da colonna sonora c'erano le canzoni dei Beatles e dei Mama's and Papa's.
In genere le cose andavano così: che ci si schierava da una parte o dall'altra. Con Mosca o con Washington. Con una visione del mondo comunista o liberal-capitalista. Poi c'erano quelli contro: quelli che (apparentemente) non stavano né di qua né di là: i non allineati, appunto. Roba da anni Sessanta e Settanta, quando John Le Carrè era di grande attualità e sembrava che la Guerra Fredda non dovesse finire mai. Di «non allineati» si parlò per la prima volta nel 1955 alla conferenza di Bandung, in Indonesia, quando alcuni Paesi del Terzo Mondo (la definizione è di quell'epoca) decisi a cercare una forma di coesione fondata sui caratteri comuni di povertà e arretratezza decisero di creare un «cartello» di Paesi per così dire neutrali. Che però, chissà perché, gravitavano tutti a sinistra.
I quattro grandi totem del Movimento furono lo jugoslavo Tito, l'indonesiano Sukarno, l'indiano Nehru e il cinese Zhou Enlai. Quattro mummie. La quinta mummia, misteriosamente convinta di essere ancora viva, è quella di Fidel Castro, il líder maximo di Cuba.
Al vertice di Sharm, Mubarak ha chiesto che il mondo si dia un nuovo ordine internazionale, politico, economico e commerciale, «più giusto e più equilibrato» ed ha chiesto una «rappresentanza adeguata» dei Paesi in via di sviluppo nelle organizzazioni internazionali e nei meccanismi di decisione economica internazionale e in organismi come il G8 e il G20.
Tra le star che ieri hanno monopolizzato il vertice si è distinto il colonnello Gheddafi, che ha raccontato di quando la Libia era sul punto di farsi la bomba atomica, sostenendo la necessità che i «non allineati» si dotino di un loro Consiglio di sicurezza.
«Abbiamo sviluppato il nostro programma nucleare - ha detto Gheddafi - fino allo stadio dell'uranio arricchito, ma abbiamo rinunciato al progetto perché abbiamo ritenuto che il possesso della bomba atomica fosse più pericoloso per la sicurezza della Libia e che il possederla fosse molto problematico e troppo costoso».
Gheddafi ha anche difeso il «diritto dell'Iran a sviluppare un suo programma nucleare fintanto che lo utilizzerà nel campo dello sviluppo pacifico» e quello dei «non allineati» (ma chi è allineato con chi, ormai?) di dotarsi di un proprio Consiglio di sicurezza e di un proprio Tribunale speciale internazionale. Gheddafi ragiona così, e non è sempre facile dargli torto: i «non allineati» rappresentano la maggioranza dei Paesi facenti parte delle Nazioni Unite, ma risultano soggetti al Consiglio di sicurezza che è monopolizzato da una minoranza di Paesi «a loro volta soggetti all'influenza di un unico Stato, il che costituisce un pericolo per la pace e la sicurezza internazionale».

Commenti