In effetti può sembrare un paradosso eppure una delle principali novità del momento è il passato. Musicalmente, s'intende, ma non solo. Il fenomeno si chiama "Newstalgia", che è una crasi tra "new", cioè nuovo, e nostalgia. Il motore di questa tendenza non è semplicemente il fascino del passato, la voglia retrò di scoprire suoni o cose affondate nella polvere del tempo. No, quelle ci sono sempre state.
Stavolta è diverso.
La "newstalgia" non è rimpianto o ignoranza del passato. È la "riscoperta attiva" di qualcosa che non si è mai vissuto (come accade alla Gen Z) oppure che si è vissuto e si sente il bisogno di rivivere. E il percorso che muove la "newstalgia" è duplice. Può essere attivo, grazie ai giovanissimi che scoprono i Led Zeppelin oppure i Depeche Mode o Fabrizio De André e Luigi Tenco e se ne innamorano come se fossero nuovi, anche perché raramente i brani davvero nuovi hanno la stessa capacità attrattiva. Non giriamoci intorno: ci vuol poco per capire che, al netto del valore affettivo o storico, I giardini di marzo o Another brick in the wall sono brani con un peso specifico superiore a tanta produzione attuale. Non sono meglio. Sono più complessi.
Nell'era dello streaming, la complessità è un peso, non un valore aggiunto visto che, come ha evidenziato il report "Music in the Air" di Goldman Sachs, lo streaming (motore principale di crescita della discografia) remunera un artista dopo che il suo brano è stato ascoltato per almeno trenta secondi. Per appena trenta. Quindi è ovvio che le nuove canzoni vengano disegnate sulla base di queste esigenze. Sono asciugate di tutto ciò che non serve, ossia le lunghe introduzioni, i "bridge" (cioè i passaggi tra strofa e ritornello), le parti orchestrali, gli assoli. Non a caso la chitarra per anni è stata praticamente in via di estinzione.
Come si legge sull'americano The Baffler oggi le canzoni sono pensate come esca per algoritmi. Velocità al posto di durata. Formula al posto di complessità. Risultato: omogeneità esasperante e nessun legame identitario. Le nuove generazioni non crescono con gli artisti di riferimento ma li scelgono all'occorrenza senza alcun legame affettivo.
Però il pubblico, anche il più adolescente, sente il bisogno, spesso inconsapevole, di musica che non sia semplicemente usa e getta, della quale non si conosce manco l'autore o il titolo. Lo conferma il pubblico di "biopic" come quelli sui Queen o su Michael Jackson: tanti sono giovanissimi. Quindi è inevitabile che, sempre grazie a ricerca autonoma sulle piattaforme, ci si guardi indietro e ci si scopra più interessati al repertorio degli anni Novanta o Ottanta o ancora indietro. Non è gusto per il vintage: è musica percepita newstalgicamente come "nuova".
In ogni caso, molto più diffusamente, la "newstalgia" è indotta, spesso passiva e attivata da chi ha focalizzato questa chiave di lettura del mercato. Per capirci, i designer di arredamento ricorrono a elettrodomestici con linee evidentemente legate al passato. E così nell'automotive. O persino nella comunicazione di marketing. Che cos'è il ritorno di Megan Gale in uno spot telefonico 27 anni dopo quello celebre per Omnitel? O la ricomparsa del celebre spot di Massimo Lopez con la telefonata che allunga la vita?
È lo stesso meccanismo, con tutte le dovute differenze, che ha dato un successo clamoroso a The Weeknd, cantautore canadese che ha riportato ovunque in cima alle classifiche la synth-wave e la dance anni '80 percepite praticamente come nuove dalla Gen Z. Idem per i Måneskin, il cui pubblico giovane ha sostanzialmente scoperto ciò che la Gen X o i millennials avevano conosciuto con Bowie o i Rolling Stones o Iggy Pop e i T Rex di Marc Bolan. Bruno Mars e Anserson Paak hanno pubblicato nel 2021 un disco strepitoso (An evening with Silk Sonic) che è un déjà-vu per chi è cresciuto con James Brown o Marvin Gaye ma ha scatenato i meravigliati oohhh di tutti gli altri. E così capita anche a Dua Lipa e, in un certo senso, in Italia anche ad Annalisa o al duo Colapesce e Dimartino.
Ma non solo loro.
In ogni caso, nell'epoca in cui un brano non deve raccontare una storia ma al massimo un istante e ha come obiettivo principale quello di superare il cosiddetto "skip test" (la capacità della singola canzone di non essere bypassata prima di almeno 30 secondi), è chiaro che una percentuale sempre più alta delle nuove generazioni cerchi radici e riferimenti lontano da un presente disordinato e senza appigli culturali. Per chi ha qualche anno in più la magra consolazione è di verificare quanto alcune (molte) melodie e tante categorie musicali siano valide tuttora, decenni dopo. Per chi le scopre oggi grazie a TikTok oppure al copywriter furbo oppure all'algoritmo resta il compito di reinventarle, rielaborarle, ricostruirle.
Non è comunque un caso che, nel mercato musicale globale, i vecchi brani (cioè quelli con almeno un anno e mezzo di vita) rappresentino il 70/75 per cento del consumo globale e quindi del fatturato, mentre agli inediti resta il 25/30. Merito della "newstalgia"? Anche. Ma più che di meriti, qui si parla di responsabilità, legate anche al guadagno. È molto più facile legare gli investimenti alla logica razionale dell'algoritmo che alla complicata ricerca spesso fallimentare e decisamente più costosa di nuovi artisti, tendenze, linee culturali e musicali capaci di resistere nel tempo.
Insomma sarà difficile che in gran parte della musica pubblicata oggi si possa, tra qualche decennio, trovare nuovi significati o nuove versioni. Perciò godiamoci, finché possibile, questa "newstalgia", cioè la cosa più nuova in un mondo musicale che nasce già vecchio.