Poi passano. Se poi le ascolti tutte, queste quattordici canzoni, passano tutti i luoghi comuni, vanno via, spariscono i soliti pregiudizi del tipo eh ma quello è vecchio, chi glielo fa fare, avrà mica bisogno di soldi. The boys of Dungeon Lane è il diciottesimo disco solista di Paul McCartney che il 18 giugno compirà 84 anni, ha un patrimonio stimato di oltre un miliardo di euro (1,1 per l'esattezza) e da circa 56 anni è impegnato a dimostrare che oltre ai Beatles c'era di più, o di diverso. "Sì ho un disco nuovo - dice lui con il suo inconfondibile timbro - e sono fortunato perché, se mi viene un'idea, ho uno studio e posso correrci dentro e registrarla". Lo ha fatto con il produttore Andrew Watt, che ha firmato anche gli ultimi dischi di Rolling Stones, Ozzy Osbourne e Lady Gaga tanto per dirne qualcuno, e si è spogliato di tutti gli orpelli barocchi che talvolta hanno appesantito gli ultimi dischi.
Per farla breve, The boys of Dungeon Lane è una strepitosa dimostrazione di potenza. Nei suoni. Nella composizione. Nella stessa attitudine. Un Paul McCartney così rock non si sentiva dai tempi dei Wings, forse, o da quando i Beatles sgretolavano le abitudini costruendo un nuovo suono.
E dire che qui di novità non ce ne sono, anzi.
Questo disco racconta McCartney prima dei Beatles, aggiungendo l'ultima pennellata al gigantesco ritratto che ha disegnato in oltre sessant'anni di musica. "Il titolo del disco nasce da un verso della canzone Days we left behind, in sostanza dai giorni che mi sono lasciato alle spalle".
Liverpool fine anni Cinquanta.
"C'è una parte nel mezzo di quel brano che parla di John (Lennon - ndr) e di Forthlin Road, la strada in cui vivevo, che era all'interno di Speke, un quartiere piuttosto popolare. Non avevamo quasi nulla, ma non importava perché le persone erano fantastiche e non ti accorgevi di non possedere molto". Quando parla, Paul McCartney conserva l'accento sorpreso e dolcemente ironico di chi ha fatto una lunga strada per arrivare fin qui ma l'ha fatta in mezzo alle luci e agli onori. Non c'è alcun altro motivo che faccia registrare l'ennesimo disco alla più famosa di tutte le popstar del mondo se non la passione, il bisogno di continuare, la voglia di mettersi ancora alla prova anche se non si ha più nulla da provare, dimostrare, tentare. "Quando compongo una canzone, non penso che se è nello stile dei Beatles o dei Wings (la sua band dopo lo scioglimento dei Fab Four - ndr). Penso soltanto che è ciò che sto facendo e che, per forza, assomiglierà a qualcos'altro".
Di certo si sono annebbiati i ricordi dei Beatles prima dei Beatles, dei quattro ragazzi che a un certo punto hanno inventato una nuova era. Perciò quasi tutti i brani di questo disco raccontano quasi una storia inedita. "Beh ho pensato che scrivo sempre del passato, ma poi mi sono chiesto di che cos'altro potrei scrivere? A meno che uno non sia uno scrittore sci-fi che scrive del futuro oppure uno che scrive dei sogni del domani, ciò di cui tutti si interessano, anche i grandi romanzieri o i poeti o i pittori, arriva dal passato, da ciò che è accaduto". Ad esempio, "quando penso a me e George (Harrison - ndr) o a me e John che facevamo autostop prima dei Beatles, beh, quelli sono grandi ricordi per me soprattutto perché loro non ci sono più. Ci faccio mente locale e capisco che l'idea di fare autostop doveva per forza essere mia perché non mi immagino George, per dire, o tanto meno John chiedere l'autostop. E ho milioni di storie che non posso stipare dentro un brano, ma l'idea di fare l'autostop credo sia nata dalla voglia di vedere la faccia del camionista che ci tirava su in Chester Road a Liverpool". Insomma ricordi. Insomma vita vissuta molto tempo fa, in bianco e nero.
L'importante poi è aggiungerci uno spirito nuovo.
Senza dubbio, ascoltato splendidamente nella sede della Universal di Milano, i suoni di The boys of Dungeon Lane sono una cascata di energia che non ti aspetti. Come nessuno si aspettava un duetto vocale di Paul e Ringo come in Home to us: "Non l'avevamo mai fatto prima. Nel pezzo fanno i cori Chrissie Hynde (dei Pretenders - ndr) e Sharleen Spiteri (dei Texas - ndr) e da solista non mi era mai capitato. Sì, ai tempi dei Beatles facevano entrare qualche fan per cantare un po' e nei Wings c'era una ragazza che faceva i cori, ma era Linda (la sua prima moglie, morta nel 1998 - ndr)".
Ma questi sono dettagli, piccole curiosità all'interno di uno dei pochi dischi di questi ultimi tempi che valga la pena di essere ascoltato dall'inizio alla fine giusto per il gusto
di rubagli un po' di energia e di applaudire alla fine lo sforzo monumentale di una leggenda che, dopo averle viste tutte, si commuove ancora ricordando quando stava in riva al Mersey con un libro di birdwatching in mano.