Il Pd scarica Santoro: "Da mesi trattava l’addio"

Bersani isolato si schiera con il conduttore di Annozero, il resto del partito tuona: eviti di fare la vittima. I democratici nel cda: "Ingrato". Mafia, toghe, politica e media: ecco l'etica della sinistra. BLOG San Michele (martire...?), dì la tua

Il Pd scarica Santoro: "Da mesi trattava l’addio"

Roma - «Ingrato», e pure «avido», e con un «ego smisurato», e «una faccia tosta degna di Berlusconi».

Dal podio dell’assemblea nazionale del Pd, alla Fiera di Roma, Pier Luigi Bersani difende Michele Santoro, che giusto la sera prima aveva tuonato dagli schermi di Annozero contro «quei cialtroni» del suo partito. Michele è un «grande conduttore», dice il segretario del Pd, e la Rai «è un’azienda strabiliante, disposta a spendere perché se ne vada». È come, ragiona Bersani, «se l’Inter spendesse milioni per mandare via Balotelli». In platea, però, il «masaniello» di Annozero sta sulle scatole a tutti, o quasi. E sono tutti inviperiti per quella sua intemerata contro chi «ha sputato sangue per difenderlo e ridargli una trasmissione come voleva lui, ben sapendo che poi l’avrebbe usata per attaccarci come ha sempre fatto: Santoro ha sempre portato molti più voti a Berlusconi che a noi, questo è chiaro», come dice un membro Pd della commissione di Vigilanza sulla Rai.

Inviperiti anche perché «la versione che ha dato è falsa», come assicurano in molti tra i ben informati. Persino Rosy Bindi non se la sente di difenderlo: «Stavolta se ne è voluto andare lui, nessuno lo ha cacciato». Eviti di fare il martire, dunque. Uno dei dirigenti più addentro ai meandri della Rai racconta: «Michele già da mesi si era reso conto che Annozero era un format di grande successo ma destinato al declino. E aveva cominciato a pensare di liberarsene, e di inventarsi qualcosa di nuovo. Il suo sogno è diventare il Michael Moore italiano». Così ha iniziato le trattative col direttore generale Masi, e un paio di mesi fa ne ha informato i membri Pd del Cda, Giorgio Van Straten e Nino Rizzo Nervo. Entrambi gli hanno manifestato il proprio disaccordo: «Dopo tutto il casino che abbiamo fatto per farti rientrare in Rai non puoi andartene così. Resta almeno per un’altra stagione», è stato il senso del loro ragionamento. Risposta di Santoro: «Voglio sentirmelo dire dal partito». Dopotutto, il Pd (all’epoca si trattava dei Ds) è stato anche il «suo» partito, quello che lo candidò in pompa magna a Strasburgo consegnandogli un seggio da eurodeputato che però lo annoiò presto. «E allora Michele fece il diavolo a quattro bussando a tutte le nostre porte per tornare a lavorare alla Rai», ricorda l’esponente Pd. Che insinua: «Ho l’impressione, confermata dal tam tam Rai, che Santoro voglia riaprire la trattativa, perché l’accordo concluso con Masi lo obbliga a non fare concorrenza alla Rai per due anni. E lui vuole avere le mani libere».

L’abboccamento con Bersani ci fu, dietro le quinte di una puntata di Annozero. E anche il segretario del Pd ha cercato di dissuaderlo dall’abbandono. Lo stesso hanno fatto l’ex ministro Paolo Gentiloni, e gli altri big che Santoro ha interpellato. Anche Walter Veltroni? «Io no, non lo ho incontrato e con me non ha certo discusso di questa storia», taglia corto l’ex leader. Che con Santoro, all’epoca della sua militanza Ds fervente dalemiano, non ha mai avuto un gran feeling.
Non è vero, dunque, che il Pd abbia avallato la trattativa con Masi per la buonuscita. La sua sparata contro il centrosinistra, secondo il dalemiano Matteo Orfini, «era un tentativo per recuperare immagine: si è reso conto che una liquidazione di quell’entità non aiutava la sua popolarità, e che era difficile giustificarla coi soprusi ricevuti».

Annuisce Carlo Rognoni, ex Cda Rai: «Non si aspettava di essere massacrato così dai suoi seguaci, e ha cercato di spostare l’attenzione». Poi annota, da «tecnico» della materia: «Certo con la sparata dell’altra sera sembrava proprio uno che con la Rai vuole tagliare tutti i ponti». Aggiunge Vincenzo Vita, veltroniano con vasta esperienza di Rai e amico di Santoro: «Forse c’è qualcosa che Michele non ci ha detto: nel Pd tutti lo abbiamo sempre difeso, anche chi non condivideva affatto la sua linea. E Masi non avrebbe mai potuto cacciarlo: quindi è lui che se ne è voluto andare. Perché?».

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