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Tra Peppone e Don Camillo c'è la vita di Guareschi

Giuseppe Zeno è il geniale scrittore nel film di Porporati presentato in anteprima al Bifest

Tra Peppone e Don Camillo c'è la vita di Guareschi
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da Bari

Il cuore non è merce da bottega. E nemmeno la coerenza. Giovannino Guareschi, indimenticato padre di Peppone e don Camillo, ebbe tutti e due, conditi da una buona dose di ironia nella scabra focosità del genio emiliano, nato sotto il segno del toro. Due figli nella letteratura - il sindaco e il parroco di Brescello - e altrettanti nella vita. Alberto, oggi vicino ai novanta, e Carlotta, scomparsa nel 2015.

Al loro libro biografico - Chi sogna nuovi gerani? edito da Rizzoli - s'ispira Non muoio neanche se mi ammazzano, il film sulla vita del geniale scrittore, diretto da Andrea Porporati e interpretato da Giuseppe Zeno (Giovannino), Benedetta Cimatti (la moglie), Andrea Roncato (papà Guareschi) e Maurizio Donadoni (Angelo Rizzoli), in onda su Raiuno nei prossimi mesi e presentato in anteprima al Bifest di Bari che ieri lo ha accolto con entusiasmo.

Il titolo è tratto dal diario di prigionia dello stesso Guareschi, rinchiuso nei lager tedeschi dal 1943 al 1945 per essersi rifiutato di combattere al fianco dei nazisti. "Non sono mica un traditore, io", spiegò al piccolo Alberto dopo la Liberazione e il ritorno a casa. Anni cruciali che gli avevano fatto perdere la gioia di crescere l'erede e di veder nascere Carlotta. Giovannino riconquista gli anni da padre e li moltiplica. Fa breccia nei cuori dei figli e plasma quelli delle due creature immaginarie, la razionalità ironica del sacerdote interpretato da Fernandel e la tenace focosità del sindaco, impersonificato da Gino Cervi che, al fascismo, aderì davvero e fu uno degli attori di Salò.

Il buffo della vita e quello dell'arte. Un'ex camicia nera che interpreta un comunista ruspante e convinto, espressione di quel Guareschi che voltò le spalle ai nazisti ma ribattezzò i comunisti come "trinariciuti" e li tenne sotto scacco alle elezioni con una vignetta che fece storia per la frase che la accompagnava. "In cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no". E il Pci non passò. Storia di una par condicio che gli permise di attaccare Luigi Einaudi, presidente liberale per davvero, fino al puntiglio di negare una globalizzazione che nei '50 non aveva cittadinanza. E patteggiò che le sue creature - Peppone e don Camillo - fossero interpretate da italiani. Ce la fece con Cervi, scese a qualche accomodamento con Fernandel, che aveva lontane origini italiane ma era francese a tutti gli effetti. Finì come tutti sanno. Un successo mondiale che ha sedotto bambini e genitori in ogni angolo del mondo.

Se n'è andato troppo presto, Giovannino, nel '68 a soli sessant'anni. Ma in fondo aveva ragione lui. "Non muoio neanche se mi ammazzano". E oggi siamo qui a vederlo. Leggerlo. Ricordarlo. Candido, come il periodico che lo rese celebre. Per sempre uno di noi.

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