Perché la piazza non deve farci paura

Si può fare un paragone tra la marcia dei 40mila che si svolse a Torino nel 1980 contro il sindacato e una eventuale manifestazione del 2010 come ultima spiaggia per far rispettare il voto degli italiani contro l’attacco della magistratura a Berlusconi? Sì, vediamo perché.
Cosa accadde a Torino il 14 ottobre del 1980? Il coordinamento dei capi e quadri Fiat convoca un’assemblea presso il Teatro Nuovo per protestare contro le imposizioni del sindacato che impediscono l’accesso di chi vuol lavorare allo stabilimento di Mirafiori fino ad arrivare a vere e proprie forme di violenza. Si era in presenza di un sindacato molto forte, veniva dai successi degli anni ’70, nel 1975 era stata introdotta la scala mobile. Eppure quell’atto di coraggio, grazie alla leadership coraggiosa di Luigi Arisio rappresentò una svolta. All’uscita dal teatro si creò un corteo silenzioso, quello dei quarantamila, che sfilò silenziosamente per le vie di Torino. Era bastato che qualcuno avesse avuto il coraggio di dire che quel sindacato aveva passato il limite perché in tanti uscissero allo scoperto a manifestare che erano d’accordo.
Quei quarantamila cambiarono un pezzo di storia italiana. Il sindacato da allora, e progressivamente, iniziò a perdere peso non solo nelle fabbriche, ma anche in ambito politico. Il sindacato non fu più lo stesso di prima per vari anni.
E allora perché nel 2010 una piazza di persone non violente, come allora, potrebbe rappresentare qualcosa di simile manifestando contro l’accanimento della magistratura nei confronti di Silvio Berlusconi? Perché alla base c’è uno stesso carico di indignazione: questa volta sarebbe quello di un popolo - non solo composto da chi ha votato Berlusconi - che pretende che sia data la possibilità a Berlusconi di governare per il tempo del mandato che ha ricevuto dagli italiani stessi.
Come allora ci fu chi non si sentì rappresentato da quel sindacato, così - oggi - sono tantissimi quelli che non si sentono rappresentati da questo modo di procedere della magistratura. E non vuole aspettare un Giorgio Napolitano che, dopo tanti anni, dica di Berlusconi quello che il nostro presidente della Repubblica ha detto di Craxi: riconoscere che ci fu accanimento nei suoi confronti. Bene ha fatto Vittorio Feltri a proporre la piazza. In molti hanno voglia di manifestare questa contrarietà subito. Non fra qualche anno.
Certo, le manifestazioni e la piazza non risolvono i problemi, non scrivono le leggi, non sostituiscono i poteri. Per fortuna. E certo che il popolo moderato non prova libidine per la piazza. Si sa. Ma il senso del limite qui da noi non c’è più. Soprattutto quando non si vuole neanche concedere di governare legittimamente l’Italia avendo i voti per farlo. Non c’è un moderato, nel nostro Paese - siamo pronti a scommetterci - che non voglia vedere celebrare i processi. Ma non v’è chi non veda, per usare un’espressione cara agli avvocati di un tempo, che ormai la volontà non è più quella di celebrare i processi ma quella di celebrare una liturgia funebre (politica) del Cavaliere.
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