Pericolo imboscate: il governo in trincea sulle intercettazioni

RomaL’estenuante tira e molla sul disegno di legge intercettazioni ha un epilogo scontato: fiducia. Una decisione che provoca la bagarre al Senato ma che dà un’accelerata a un provvedimento che in realtà scontenta un po’ tutti. Non convince appieno Berlusconi, secondo cui «questa legge non risolve tutti i problemi ma è un primo passo importante e cercheremo di migliorarla più avanti»; non soddisfa in toto i finiani che avrebbero voluto annacquare anche la parte relativa alle maxi multe per gli editori; non piace per nulla alle opposizioni che, come al solito, si dividono sul da farsi.
Convinto della giustezza del disegno di legge, Berlusconi ha sottolineato che «le intercettazioni le vogliono soltanto una piccola nomenclatura di magistrati ma che in realtà gli italiani sono stanchi di non poter usare il telefono per paura di essere spiati». In cima a tutto dev’esserci «il diritto degli italiani alla riservatezza e alla inviolabilità delle comunicazioni». Certo, il pacchetto di emendamenti frutto della mediazione con i finiani ha reso il testo diverso da quanto avrebbe voluto il Cavaliere ma va bene anche così. Meglio di niente. E che sia meglio di niente lo pensano anche gli stessi finiani che, tramite Italo Bocchino, esultavano: «S’è raggiunto un compromesso accettabile, frutto di un buon lavoro di mediazione che rappresenta un precedente nel metodo per una maggiore convergenza tra Fini e Berlusconi». Bene così? Sì sulla possibilità di chiedere una proroga, potenzialmente reiterabile per tutta la durata delle indagini preliminari; meno sulle sanzioni che colpiranno gli editori qualora pubblicassero i testi delle intercettazioni. La decisione di porre la fiducia taglia la testa al toro: o così o niente.
Al Senato si voterà oggi poi il provvedimento passerà subito alla Camera e verrà calendarizzato la prossima settimana. Un anonimo deputato, presente a un fitto conciliabolo tra finiani sul da farsi, ammette: «Cercheremo di cambiare qualcosa anche se non ne faremo una questione di vita o di morte». Già, perché se così fosse il testo dovrebbe poi ritornare a Palazzo Madama per un’ulteriore identica approvazione. E forse non vale la pena aprire l’ennesimo fronte interno alla maggioranza.
Fronte che, invece, è diventato infuocato con l’opposizione. Al momento della richiesta della 34ª fiducia da parte del ministro per i Rapporti col Parlamento Elio Vito è scoppiato il caos: «Buu, vergogna» e proteste da curva sud dai banchi di Idv e Pd. La senatrice del Pd Finocchiaro attaccava: «Il testo è cambiato e occorre che il Consiglio dei ministri autorizzi la fiducia su questo testo e non su quello del 25 maggio scorso». Il collega del Pdl Gaetano Quagliariello le rispondeva sarcastico: «Il governo non si è rivolto a una cartomante per sapere quale testo si sarebbe trovato di fronte al momento di decidere sull’eventuale ricorso alla questione di fiducia. Ha semplicemente autorizzato il ministro Vito a porre la fiducia qualora le condizioni lo avessero imposto». E le condizioni lo imponevano, visto l’ostruzionismo delle opposizioni. Anche Bossi ammetteva: «Fiducia quasi inevitabile. Spero soltanto che non crei problemi con le opposizioni sulle riforme», diceva pensando al «suo» federalismo. Opposizioni nell’angolo ma divise: se Di Pietro infatti sventolava la bandiera del referendum, la stessa Finocchiaro frenava: «Aspetterei il giudizio della Corte costituzionale». Nell’attesa, i senatori dell’Idv occupavano l’aula: «È la nostra resistenza contro il dittatore», spiegava Tonino.

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