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Dadda, la storia di un salto nel vuoto diventato un successo

Daniel D’Addetta ci racconta come è riuscito a diventare famoso partendo dal basso fidandosi del suo intuito: “Usciamo dal web per incontrare la gente in teatro. Sui social dobbiamo portare valori positivi”

Daniel "Dadda" D’Addetta (Foto di Ufficio Stampa Doom Entertainment)
Daniel "Dadda" D’Addetta (Foto di Ufficio Stampa Doom Entertainment)

Un salto nel vuoto può spaventare ma a volte è un rischio che serve correre per inseguire i propri sogni o per dare una svolta in positivo alla propria vita. E’ quello che è successo a Daniel D’Addetta, meglio conosciuto come Dadda, youtuber seguito da oltre 740 mila follower solo su Instagram. Un sogno, in realtà, Daniel non ce lo aveva, ma seguendo l’intuito e fidandosi dei suoi amici, Riccardo Dose e Simone Paciello (anche loro youtuber di successo), ha lasciato il “posto sicuro” per cambiare radicalmente la sua vita. In positivo.

I tuoi fan ti conoscono con il tuo nome d’arte, ma chi era Daniel prima che diventasse Dadda?

Ero e sono un ragazzo normalissimo. Fino ai 33 anni ho fatto il magazziniere. Vengo da una scuola alberghiera e, insieme a mia mamma, avevamo un bar:l’idea era quella di prenderlo in futuro, ma poi le cose sono cambiate. Così, appena diplomato, intorno ai 18-19 anni, ho iniziato a lavorare come magazziniere e ho continuato fino ai 33. Tra le mie passioni c’è sempre stato il calcio — ho giocato fino in Eccellenza, smettendo a 24 anni — e poi mi sono appassionato alla palestra, tanto da diplomarmi come personal trainer.

Quando sono arrivati i social network?

Esattamente quattro anni fa, insieme a Riccardo Dose e Simone Paciello. È stato Riccardo a coinvolgermi: mi ha chiesto di accompagnarlo a fare esplorazioni in posti abbandonati, un format che aveva sul suo canale YouTube.Abbiamo iniziato per gioco. Nei weekend, quando ero libero dal magazzino, giravamo l’Italia per queste esplorazioni. Tra noi c'era un'alchimia molto naturale nei video siamo semplicemente noi stessi, senza copione, come se non ci fossero le telecamere. Questa spontaneità è piaciuta al pubblico e, dopo circa 6-7 mesi, mi ha proposto di lavorare con lui a tempo pieno così ho lasciato il mio lavoro e fatto questo grande cambiamento.

Quindi hai abbandonato di punto in bianco il tuo lavoro o hai aspettato che ci fosse una sicurezza economica?

No, l’ho lasciato subito, è stato davvero un salto nel vuoto! Riccardo mi aveva fatto questa proposta dicendomi che ci sarebbe stato un compenso, ma all'epoca non esisteva ancora tutto il progetto che si è sviluppato in seguito sia sui social che a teatro. Da lì è iniziato un susseguirsi di sorprese, eventi e cose bellissime che hanno segnato questi quattro anni.

Nei vostri video vi occupate di tanti temi, ma ci sono anche quelli legati al lusso e all'ostentazione: è solo intrattenimento o anche una sorta di osservatorio sociale. Perché sembra che i social siano diventati una vetrina effimera.

Noi lo facciamo come uno “specchio riflesso”: ogni volta che andiamo in una città,viviamo l’esperienza e poi mostriamo entrambe le facce della stessa realtà, cioè il miglior hotel e il peggiore. Facciamo vedere i due lati della medaglia: dal resort di lusso, che in pochi possono permettersi, all’hotel più brutto. Lo stesso vale per il food:proviamo il ristorante tipico della zona, che può essere anche stellato e lo mettiamo a confronto con la trattoria più accessibile,quella alla portata di tutti. Il nostro format nasce proprio da questo: raccontare un luogo nella sua completezza, nel bello e nel meno bello. Io stesso, prima di iniziare questo percorso, non avevo mai avuto la possibilità di vedere davvero entrambe le facce di un posto. E ci tengo a dire che non lo facciamo per ostentare, cerchiamo sempre di raccontare tutto con rispetto e umiltà, anzi spesso diciamo di sentirci anche un po’ fuori luogo in certi contesti ed è proprio questo il bello.

Nel realizzare questi video seguite più la vostra curiosità, l'istinto nel voler fare una determinata esperienza o vedere un certo posto, o assecondate di più quello che vuole il vostro pubblico, i follower?

Sui luoghi abbandonati da visitare non seguiamo i suggerimenti del pubblico.Anzi ti dirò di più, per tutelarli e mostrare il massimo rispetto,evitando che vengano vandalizzati, non divulghiamo mai indirizzi e posizioni precise. Preferiamo scegliere in autonomia, cercando posti che ci affascinano davvero o che non abbiamo ancora esplorato: una chiesa abbandonata, un castello, la villa di un contrabbandiere, un ristorante dismesso, una piscina… qualsiasi luogo capace di accendere la nostra curiosità.

Quello dei posti abbandonati e dei viaggi è solo uno dei tanti format che realizzate?

Esatto. All'interno del nostro canale Youtube abbiamo svariati format, come “Action”oppure “Dadda e Dose in cucina”. Ovviamente in questo tipo di video c'è un canovaccio, ci sono degli script che seguiamo, ma li realizziamo sempre con la massima naturalezza. Di getto, come ci viene ci viene: abbiamo 50 minuti per fare il video e quello che esce esce senza rifare, tutto molto naturale.

C’è un lato negativo in questo tuo salto nel vuoto? In questo cambiamento di vita?

Ultimamente mi è stata fatta spesso questa domanda anche da amici o parenti. Devo dire che non trovo un lato negativo di questo mio cambiamento, nel senso che ho avuto - rispetto al lavoro che facevo prima - la possibilità di conoscere un sacco di persone, un sacco di posti che mai avrei immaginato di visitare. Oltre a questo, la cosa che mi piace di più è la gestione del tempo, che è più soggettiva e va in base agli impegni che hai. Prima avendo un lavoro statico (entravo in magazzino alle 7 e uscivo alle 7 di sera) era tutto molto incastrato a quella mezz'ora di fine giornata; mentre in questo modo mi trovo molto più a mio agio, mi piace molto questo cambiamento a 360 gradi.

Luci e ombre dei social network: cosa ti piace e cosa non ti piace del mondo dei social?

Ultimamente sto capendo che sui social network, giustamente, non puoi permetterti di sbagliare. Bisogna stare attenti a quello che si fa vedere, anche perché la gente - per fortuna o sfortuna – prende spesso esempio da ciò che vede e sente sui social. Quindi bisogna assolutamente portare valori sempre positivi, ma se uno fa bene le cose e con correttezza non c’è da aver paura.

Parliamo del rapporto con Riccardo e Simone, che è centrale nella tua storia: vi conoscevate già da prima?

Sì, io e Riccardo siamo migliori amici da dodici anni, praticamente da quando lui ha iniziato il suo percorso sui social. La nostra è un'amicizia autentica, spontanea. Io sono nato a Milano, ma ho vissuto a Pordenone per 17 anni: è lì che ci siamo conosciuti, giocavamo nella stessa squadra di calcio, e da quel momento non ci siamo più separati. Ho sempre visto il suo lavoro in modo positivo. Undici anni fa, però, era qualcosa di completamente nuovo, chi lavorava sui social spesso non veniva preso sul serio e non era considerato un vero professionista. Ricordo quando lo accompagnavo ai suoi primi eventi, alle prime uscite, ai primi lavori. Per me entrare in questo mondo è stato inaspettato, ma allo stesso tempo è avvenuto in modo naturale. A Riccardo devo davvero tanto: ha creduto in me. È stato lui a dare il via a tante delle cose belle che oggi fanno parte della mia vita. Lo stesso vale per Simone. Siamo molto amici anche con lui:l’ho conosciuto tramite Riccardo e tra noi è nato subito un bellissimo rapporto. Oltre a condividere il teatro, è l’amico con cui esco più spesso: abbiamo lo stesso giro di amicizie qui a Milano. Simone è quindi altrettanto importante per me, sia dal punto di vista personale sia professionale. Vivere insieme questa esperienza teatrale, tutti e tre, la rende ancora più speciale.

Appunto, questo passaggio dai social al teatro è una fase diversa. Pensi che sia anche un'evoluzione necessaria per uscire dai social e incontrare il pubblico nella realtà?

Io non so dirti come si passa dai social al teatro, perché a me è successo esattamente sette mesi dopo che ho iniziato questo percorso. Sono passato dal magazzino ad essere un po' imbarazzato dietro una telecamera e poi sette mesi dopo a essere imbarazzato davanti a mille persone, quindi per me è stato proprio un salto nel vuoto, ed è stato fondamentale l'appoggio e la spalla e il supporto di Riccardo e Simone. Loro avevano già avuto contatto con il pubblico facendo eventi, Simone aveva già fatto stand-up comedy, essendo il suo mondo, e quindi è stato fondamentale il loro supporto.

Come hai vissuto questo passaggio?

Il primo periodo l'ho vissuto con molta ansia e tensione per poi lasciarmi andare completamente e far sì che tutto fosse credibile e naturale perché io – alla fine - sul palco, avendo molte passioni già da quando ero bambino, mi diverto. Oltre a fare gli sketch, recitare, ridere,scherzare, suonare la chitarra, ballo anche Michael Jackson o la Bachata. Sono tutte cose che ho sempre fatto nella mia adolescenza e portarle a teatro è qualcosa di incredibile. Come si dice: quando ami il lavoro che fai, è come non lavorare. È come se fossi in casa a suonare, cantare e ballare con gli amici. Invece lo fai davanti al pubblico, per far star bene le persone che ti guardano, bellissimo!

E il riscontro, a giudicare dai numeri sui social e delle vendite dei biglietti in teatro, c’è stato assolutamente.

La cosa più bella è che in questi tre anni siamo riusciti a portare un pubblico giovane a teatro. Ed è proprio quello che ci dicono spesso i direttori:abituati a una platea più adulta, hanno visto con entusiasmo arrivare un’ondata nuova, fatta di ragazzi curiosi e partecipi.Inoltre, il rapporto con il pubblico è completamente diverso rispetto ai social. Dietro uno schermo leggi commenti, ma resta tutto filtrato. A teatro, invece, vivi il feedback diretto: vedi le persone, percepisci la loro emozione, la loro gioia, la loro energia.È un’esperienza molto più autentica. Personalmente, il contatto umano lo preferisco cento volte rispetto allo stare davanti alla telecamera.

Senti mai la pressione di dover essere performante, secondo gli standard, quelli dei social, oppure ti vivi tutto questo con tranquillità?

Sinceramente no, non la vivo come una pressione. È chiaro che bisogna stare al passo con ciò che succede e che, lavorando sui social, una parte del lavoro consiste nel mostrarsi: creare contenuti, raccontare la propria giornata, esporsi un po’. Questo può portare a pensare di dover sempre pubblicare qualcosa. In realtà, però, per me è semplicemente un lavoro diverso da quello che facevo prima. Fino a tre anni fa il mio pensiero era: “Devo riempire quel bancale”.Oggi è: “Devo far vedere ciò che faccio di bello” e in modo tutto naturale, quindi non è un peso per me assolutamente.

Forse perché ci sei arrivato a 33 anni, con una certa maturità. Cioè i ragazzi di oggi, i giovani influencer, i tiktok, spesso hanno 12/13 anni e non hanno alle spalle esperienze che li abbiano resi forti, consapevoli.

Esatto. Proprio perché non è qualcosa che ho inseguito, ma che mi è arrivato quasi naturalmente, lo vivo con grande serenità. Sono consapevole che,anche se spero non accada, tutto questo potrebbe finire anche domani.Per questo cerco di godermi ogni giorno come fosse il primo, senza l'ossessione di dover arrivare a tutti i costi.

In tutto questo sei stato previdente, hai pensato già a un piano B, hai portato un'idea imprenditoriale fuori dai social.

L’idea è nata da uno dei nostri format dedicati alla cucina. Cuciniamo in modo scherzoso in “Dadda e Dose in cucina”, ma tra i nostri format principali c’è quello che ci porta ad andare in giro per il mondo ad assaggiare quante più realtà possibili. In questi anni abbiamo fatto circa 370 video sul cibo: fast food, ristoranti particolari,stellati fino allo street food. La nostra idea era di aprire qualcosa di nostro, un locale, così due mesi fa abbiamo aperto questa nostra realtà Space Patty, in centro Milano, che è un fast food particolare: proponiamo un panino a forma di UFO spaziale, tutto il concept del locale è fatto su questo tema disegni, colori vivi accesi.

Un bel salto che ha dato lavoro anche a molte persone?

Abbiamo 23 dipendenti e adesso abbiamo preso una “dark kitchen” che apriràla prossima settimana, dove ci sono altri 7 dipendenti, quindi sono già 30 persone che ci accompagnano. Che non lavorano per noi,lavorano insieme a noi, perché siamo una piccola squadra, e quindi è anche una bella responsabilità, non è un gioco come tutti pensano:“Ah hanno aperto una hamburgeria, stanno seguendo il trend del momento". Assolutamente, magari la gente pensa che siamo io e Riccardo a cucinare, ma in realtà non è così. Ci sono tre manager che sono nel settore da 15 anni, ognuno ha le sue competenze, noi ovviamente abbiamo, essendo i soci e i creditori di questa azienda,abbiamo messo la nostra visione - l'idea e l'immagine, quello che èil marketing - per tutto il resto ci sono delle persone assolutamente super competenti dietro che fanno sì che vada avanti nel migliore dei modi.

Guardando al futuro, ti immagini più legato ai social, più a una dimensione imprenditoriale, o tutte e due?

Tutte e due, anche se ho un sogno che mi accompagna da quando avevo sette anni: la musica e a teatro ho un momento in cui canto e suono insieme al pubblico, di solito un paio di canzoni. Il mio grande desiderio sarebbe pubblicare un mio brano e vederlo arrivare alle persone. Se guardo al futuro mi piacerebbe davvero poter cantare e suonare.

Detto questo, oggi il mio mondo resta quello dei social e, più recentemente, anche dell’imprenditoria. Su questi fronti voglio continuare a crescere, senza però smettere di coltivare quel sogno che porto con me da sempr.

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