Claudio Villa avrebbe compiuto cent’anni il primo gennaio scorso, e l’Italia lo ha celebrato come si onorano i parenti ingombranti: aprendo il cassetto del vecchio comò, esibendo per dovere il ritratto, rimettendolo al suo posto prima che cominci a fare domande. Francobollo, trasmissioni, convegni, cerimonie. Tutto corretto. Tutto inutile. Su queste rievocazioni aleggiava infatti quel tono patetico e folcloristico – Trastevere, lo stornello, la giacca luccicante, il nomignolo di «reuccio» pronunciato con un sorrisetto – che equivale a seppellire un uomo una seconda volta, con garbo. Mancava la sola domanda che contasse: ma lo avete ascoltato davvero?
Io l’ho fatto. E devo una confessione: quando era vivo non mi piaceva granché. Lo avevo relegato nel reparto delle polemiche e dei trionfi, gli uni e le altre così numerosi da divorare una carriera lunga più di quarant’anni. Vedevo il personaggio, non sentivo più la voce. Torto mio. Poi, qualche sera fa, ho tirato fuori il grammofono. Niente telefonini, niente diavolerie che comprimono la musica fino a ridurla aun rumore pulito. Ho posato la puntina sul disco, ho atteso il fruscio, edaquel piccolo temporale domestico è uscito Claudio Villa. Sono rimasto sbalordito. Una purezza assoluta, nessuno sforzo apparente, nessuna civetteria. Il canto saliva, ma non per mettersi in mostra: saliva per raggiungere qualcosa che noi non riuscivamo a dire. Il difetto, ho capito con enorme ritardo, non stava nella sua enfasi: stavanelle mie orecchie.
Allievo illustre
Questa è la qualità dei grandissimi, la stirpe di Enrico Caruso e di Beniamino Gigli: le gole italiane capaci di trasformare una vocale in un sentimento e un respiro in un destino. Bestemmio? Nemmeno per idea. Nel 1966 Rodolfo Celletti, critico musicale temutissimo, volle demolire un giovane tenore reduce dal trionfo londinese e scrisse: «Pavarotti? Sembra un allievo di Claudio Villa». Credeva di infliggere una ferita, consegnava un attestato. Perché era esatto: come il trasteverino, Luciano non usciva dal conservatorio ma dalla gavetta, dal pane guadagnato; e una volta diventato il più celebre artista lirico del pianeta avrebbe intonato il repertorio del presunto guitto, compresa quella «Un amore così grande» che Villa aveva consacrato. L’allievo, diciamo così, non rinnegò mai il maestro. Siamo noi ad averlo declassato a fenomeno di costume.
Era nato Claudio Pica, figlio di operai rimasti senza lavoro. Da bambino vendeva per strada l’acqua della fonte Acetosa; da ragazzo finì in cartiera, tra vapori malsani che gli regalarono la tubercolosi. Curò per anni proprio quei polmoni dai quali sarebbe uscito il prodigio, e intanto spendeva i pochi spiccioli in lezioni private. Nessun salotto
lo introdusse, nessun professore influente lo raccomandò: salì dalla strada. Per questo non cantava per il popolo: era il popolo. La differenza è enorme. In lui c’erano il povero Cristo che indossa l’abito buono la domenica, l’operaio che ignora il congiuntivo ma conosce perfettamente l’amore, l’emigrante con l’immagine della madre in valigia. Diceva al facchino, alla sarta, alla donna abbandonata: il tuo dolore non è materiale di seconda categoria, merita un’orchestra, un acuto, una melodia grande quanto il cielo. E il mondo gli credette. Quarantacinque milioni di dischi, tremila incisioni, i fan club all’americana inaugurati da lui quando da noi nessuno sapeva cosa fossero; applaudito alla Carnegie Hall e al Bolscioi, idolatrato in Giappone, sbarcato prima di ogni altro occidentale in Cina. L’Italietta dei salotti gli lesinava il rispetto, i continenti gli spalancavano i teatri.
Processi popolari
L’Italia colta lo ripagò mettendolo alla sbarra. Letteralmente+. Nel 1957, dopo il famigerato discorso «del piedistallo», il settimanale Sorrisi e Canzoni gli imbastì un procedimento con requisitoria, arringa egiuriadi lettori; la farsa ebbe risonanza tale che un deputato presentò un’interrogazione parlamentare. Tre anni dopo, replica. Stavolta però fra i difensori si fece avanti un avvocato inatteso: Pier Paolo Pasolini. «Vorrei che Claudio Villa fosse assolto, perché i cantanti mi sono simpatici e amo le canzoni», scrisse il poeta, che dietro l’accusa di vanità aveva riconosciuto il disprezzo per chi viene dal basso e osa dichiararsi bravo. Né si trattava di indulgenza pelosa: nei suoi romanzi di borgata, i ragazzi di Pietralata cantano «facendo i Claudio Villa». E il reuccio, nelle ultime righe dell’autobiografia, ringraziò «Pier Paolo Pasolini, che ebbe il coraggio di difendermi». Il marxista raffinatissimo e il tenore di Trastevere si erano capiti al volo, perché amavano la stessa gente.
Era un groviglio di contraddizioni, come tutti i sovrani autentici. Comunista da festival dell’Unità e iscritto alla P2; ateo dichiarato edevotoalla mamma; miliardario coi panni stesi in barca. C’è una fotografia dell’Ansa, 1980 circa: Enrico Berlinguer avanza sorridente tra la folla e alle sue spalle, con un berretto da marinaio calcato in testa, spunta lui, festoso, uno qualunque. Ebbe figli illegittimi, riconosciuti dai tribunali dopo ventun anni di cause, come del resto è tipico dei re di ogni epoca e paese. Emorì da popolano: il cuore cedette anche per lo sforzo di avviare la motocicletta a pedivella, lui che avrebbe potuto farsi scarrozzare da dieci autisti. Pippo Baudo ne annunciò la scomparsa in diretta, dal palco di quel Sanremo che aveva vinto quattro volte, quanto Modugno e nessun altro. L’Ariston si alzò in piedi. Piangeva pure chi lo aveva schernito per una vita.
Panni stesi
Della sua semplicità resta
una testimonianza raccolta nel 2010 da Aldo Cazzullo dalla voce di Renato Zero, e va riportata per intero: ‘Mia madre faceva l’infermiera al Santo Spirito, finché dovette smettere: per seguire i cinque figli, e perché non sopportava più le avances dei medici. Mamma era una gran bella donna. Di cognome si chiamava Pica, come Claudio Villa, che si era convinto che fossimo parenti. Così ci invitò sulla sua barca, a Viareggio. Arriviamo al porto e vediamo una sfilza di barche, una più bella dell’altra, ma non Claudio. Ce ne stavamo andando, quando notiamo l’unica con tutti i panni stesi ad asciugare. ‘Amà, me sa che l’avemo trovato...’’. C’è tutto Villa in quel bucato al vento fra gli yacht: il monarca che ospita a bordo i parenti alla lontana e stende i calzini come nei vicoli dov’era cresciuto.
Riascoltatelo, dunque. E prima concedetemi una delizia. Nel 1984, davanti alle telecamere di Fabio Santini, il reuccio dichiarò di avere scritto lui i versi di ‘Tristezza’, ossia lo Studio op. 10 n. 3diChopintravestito da romanza. Peccato che di quel testonon resti traccia: nessuno spartito, nessun deposito, nessun documento. Sospetto che l’uomo, quasi sessantenne, sovrapponesse la memoria a »Buongiorno tristezza», il brano che lo aveva incoronato a Sanremo nel 1955. Due malinconie omonime: una sale dai pianoforti parigini dell’Ottocento, l’altra dal palcoscenico della città dei fiori. Nella sua testa stavano sul medesimo scaffale, e nessuno stridore lo sfiorava. Aveva ragione. Un acquaiolo con la licenza elementare convinto di poter firmare alla pari col polacco non è un mitomane: è uno che ha intuito ciò che ai diplomati sfugge, cioè che la malinconia non appartiene a nessuno, e quindi appartiene a chiunque ne abbia bisogno per sopportare l’esistenza. I raffinati storceranno il naso, lo hanno sempre fatto. Ma confondere la semplicità con la facilità è l’errore tipico delle persone istruite. Lui possedeva una tecnica formidabile e lanascondeva dentro la naturalezza; non sporcava il sentimento con l’ironia, non prendeva le distanze dall’amore per timore di sembrare ingenuo. Sulla tomba di Rocca di Papa, da miscredente plebeo, volle un epitaffio da osteria: «Vita sei bella, morte fai schifo». Aveva ragione ametà. La falce gli ha portato via il corpo, i gemelli vistosi, la moto, le liti, i processi. La voce no. Quella era divina, e sospetto immortale: ogni volta che una puntina scende su un disco, il regno ricomincia, intatto. Cento anni non lo hanno invecchiato di un giorno. A un secolo dalla nascita, togliamogli almeno quel diminutivo che sembra affettuoso e invece lo tiene prigioniero. Non reuccio. Re.
