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Personaggi

Le lettere di Croce. “Se epurate aderisco al fascismo”

Nelle missive a Parri posteriori alla Resistenza, rifiuta discriminazioni eccessive

La filosofia è andata a sbattere. Così tornano Croce e Gentile

Era giugno del 1945 e Ferruccio Parri era alle prese con la formazione del governo. Benedetto Croce gli scrisse una letterina: «Carissimo Parri, mi giunge ora notizia che mi suona incredibile; che si sia affacciata l’idea di escludere dalla nuova formazione governativa coloro che furono iscritti comunque al partito fascista ». Il filosofo faceva presente che «questo significa ignorare che tutti gl’italiani per esercitare professioni, erano costretti a iscriversi e che ben pochi poterono, rinunziando alle professioni, rifiutare l’iscrizione», tanto è vero che «molti dei più operosi e benemeriti oppositori ed eversori del fascismo erano iscritti, e finirono col soffrire persecuzioni, carcere epeggio». Econcludeva che se il provvedimento, «che segnerebbe nuove arbitrarie distinzioni tra i cittadini italiani», si adottasse «io non solo uscirei dalla vita pubblica,

ma nell’atto stesso farei la mia postuma e ideale iscrizione al fascismo, per correre la sorte stessa di uomini che stimo e amo». La letterina è per noi oggi molto istruttiva perché l’argomento del fascismo è usato e abusato e strausato per «distinzioni tra i cittadini italiani» mentre Croce già al tempo, sulla base della sua concezione anti-totalitaria della vita, ossia tanto antifascista quanto anti-comunista, riteneva che si trattasse di un atteggiamento «arbitrario e stupido».

La lettera di Croce a Parri si legge nel volume di Croce Perdersi negli altri e nelle cose (Adelphi), bellissima raccolta di lettere, edite e inedite, curata da Emanuele Cutinelli-Rendina. Il lettore si imbatterà in una lettera a Pietro Nenni in cui Croce respinge la proposta del capo dei socialisti di eleggerlo alla presidenza della repubblica; un’altra aPalmiro Togliatti in cui gli dice: «io ripugno a diventare totus politicus come (e

non la invidio, perché penso che debba soffrire) è Lei in ogni suo gesto e parola»; un’altra a Luigi Einaudi, già al Quirinale, in cui gli dice, in modo franco, di non nominarlo senatore a vita e poi e poi ancora lettere a Einstein, Borchardt, Mann, Marinetti, Serra, Giolitti, Giovanni Gentile e ancora altri e ad altre. Ma tra tante lettere e tanti interlocutori c’è una lettera che, se non ci si perde, va letta ed è la missiva del 13 novembre 1913 ad Adele Rossi che Croce sposerà il 7 marzo 1914. Tra i due c’è Angelina Zampanelli, la compagna di Croce che morì all’alba del 25 settembre 1913 a Raiano: «io, fin dalla mia prima giovinezza – scrive alla carissima Adele – ho avuto sempre terrore dell’amore, forse perché troppo mi sentivo disposto ad amare». E molto amò.

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