Ostia Lido, estate del 1956. Sulla battigia assolata frotte di bambini giocano sereni, mentre i genitori sonnecchiano, addentano angurie, tirano il fiato. Tra le file di colorati ombrelloni a righe si leva il suono dei transistor sintonizzati sulla voce di Nilla Pizzi e su altre specialità della canzone italiana. Vestiti di tutto punto, malgrado la calura, si muovono a coppie anche carabinieri con un compito preciso: assicurare la pubblica decenza.
Il che sta diventando sempre più complesso in un paese che, di recente, ha scoperto il rivoluzionario bikini, pronto a soppiantare il costume intero. Ai membri dell’Arma è stato assegnato dunque l’improbo compito: verificare che le dimensioni dei costumi da bagno non infrangano le regole del buon costume.
Ancor più intricata, la missione, se d’un tratto sulla spiaggia appare una svedese alta un metro e settantatré, chioma platinata, un due pezzi appeso addosso che dalle parti di Stoccolma sarebbe anche passato inosservato, ma sulla cocente sabbia romana, invece, produce l’effetto di una bomba ad orologeria. I carabinieri di turno, forti del regolamento sulla decenza balneare che vieta scollature audaci e ombelichi scoperti, si avvicinano taccuino alla mano: oltraggio assicurato, signora, si prepari a pagare.
Poi la riconoscono e sgranano gli occhi. Anita Ekberg, ventiquattro anni, contratto con la Universal in tasca e un futuro da diva già inciso nelle fotografie che i rotocalchi si contendono da mesi. E sta proprio lì, davanti a loro. I due carabinieri sudano il doppio, per il sole e per l’emozione. La penna resta sospesa a mezz’aria, il verbale non parte, la contravvenzione si scioglie in un sorriso di circostanza ed in un saluto militare. Il codice della morale pubblica, applicato con zelo a chiunque altro fosse passato di lì con lo stesso costume, si piega davanti al nome giusto. Ad uno splendore disarmante. La Ekberg sfila via proseguendo la sua passeggiata i carabinieri finiscono la perlustrazione balneare per quel giorno, tornando in caserma con una storia da raccontare.
L’aneddoto, tramandato per decenni tra cronisti e biografi come una delle tante schegge del mito Ekberg, fotografa accuratamente la transizione vacillante di un paese in bilico tra due epoche. Da una parte l’Italia clericale della ricostruzione, quella dei sindaci che fanno misurare gli scollati con il metro da sarta e dei questori che diramano circolari sulla lunghezza accettabile dei costumi da bagno. Dall’altra, quella che sta per esplodere con il boom economico, che scopre il cinema come nuova liturgia collettiva e le dive straniere come santini da esporre in copertina.
I carabinieri di Ostia, in fondo, non applicano una doppia morale per cinismo: utilizzano l’unica che conoscono, quella per cui la regola vale finché non incontra qualcuno di troppo grande. È lo stesso meccanismo che pochi anni dopo porterà Fellini a immergere proprio Anita Ekberg nella Fontana di Trevi, trasformando in scandalo consacrato ciò che sulla spiaggia di Ostia era rimasto solo uno scandalo sventato: la bellezza come lasciapassare, il divismo come deroga permanente alle regole di tutti gli altri.
Settant’anni dopo, con le spiagge del litorale romano ben più disinvolte di quelle calcate dalla dea svedese e i carabinieri occupati in tutt’altro, la storia di quel bikini mai multato resta un piccolo reperto d’archivio utile più di tante analisi sociologiche: racconta come l’Italia abbia sempre saputo essere severissima con le regole e generosissima con le eccezioni, purché a violarle fosse qualcuno capace di farsi perdonare con un solo sguardo.
