Mondovì, autunno 1983. Nell’aula del tribunale entra una signora in pelliccia spelacchiata e occhiali scuri, con un passo elegante che non riesce a nascondere qualche bicchiere di troppo. È Edda Ciano, figlia del Duce, chiamata a testimoniare nella causa per diffamazione che l’altra Edda, sorella di Malaparte, ha intentato contro Giordano Bruno Guerri e la sua biografia del fratello Curzio. Interrogata sul libro, Edda Ciano risponde di non sapere che cosa ci sia scritto, ma aggiunge che l’autore avrebbe comunque fatto bene a parlare male di Curzio. Poi strizza l’occhio all’imputato Guerri ed esce.L’aneddoto chiude il capitolo nuovo dell’Arcitaliano di Giordano Bruno Guerri, che torna in libreria con La nave di Teseo a quasi mezzo secolo dalla prima uscita.L’aneddoto, come il libro in sé, vale un trattato sul carattere nazionale. Primo. Il rancore sopravvive ai morti: Edda non aveva perdonato a Malaparte il salto della barricata nel 1945, né l’articolo sul fantasma di suo marito, il conte Galeazzo Ciano, fucilato a Verona. Secondo.Il verdetto arriva senza che nessuno abbia aperto il libro. Tipico nel mondo della cultura. Terzo. La causa finì in Cassazione. Guerri vinse in tutti i gradi. Commedia umana, scrive Guerri. Commedia umana all’italiana, verrebbe da precisare.Nel 1980, l’Arcitaliano fu accolto bene, ma i recensori, mentre lo lodavano, ripetevano i luoghi comuni su Malaparte che il saggio smontava pagina dopo pagina.Non avevano letto davvero Malaparte o non lo avevano capito. In Francia, intanto, gli editori premiavano l’edizione Denoël come miglior libro straniero dell’anno.La tesi di Guerri è nota. Malaparte fu un gigantesco esemplare dell’italiano medio, deformato dalla lente d’ingrandimento alla quale si sottopose con enorme piacere, nonostante ne ricavasse anche guai. Malaparte aveva le virtù dell’italiano medio: creatività, gusto, fantasia, gentilezza. Ma ne coltivava tutti i vizi, a cominciare dall’opportunismo e dalla doppia morale. Secondo Prezzolini, gli italiani si dividevano in furbi e fessi.I furbi arrivano al successo senza farsi scrupoli. I fessi sono ligi al dovere e quindi diventano carne da macello. Ecco il guaio. Malaparte era troppo furbo per essere fesso e troppo fesso per essere furbo. Fu fascista inviso ai fascisti e comunista inviso ai comunisti. Non riusciva a stare nelle caselle.Nel 1940 scriveva a Giancarlo Vigorelli di non essere né migliore né peggiore della propria leggenda, soltanto diverso, e confessava di sforzarsi di continuo di essere «un italiano come tutti gli altri», senza riuscirci. Il furbo autentico tace. Malaparte invece firmava e rivendicava; raccontava agli amici di annaffiare ogni sera la sua fama d’avventuriero, perché il mattino dopo fosse più rigogliosa. Un furbo così loquace non è fesso. A suo modo, però, è un ingenuo. Una battuta attribuita a Leo Longanesi spiega bene il desiderio di fama: «Malaparte vuole essere la sposa ai matrimoni e il morto ai funerali».Lo sapeva anche lui. Nel 1953 spiegò a Nantas Salvalaggio che i suoi guai nascevano da un puritanesimo nordico e protestante (il padre era tedesco) trapiantato in un Paese latino, dove chi si crede furbo si scopre stupido. Guerri nota, con una punta di malizia, che gli faceva comodo pensare gli italiani anarchici. È l’altro tratto nazionale, forse il più radicato: sentirsi l’unico serio in un Paese di cialtroni. Gli italiani, del resto, ricambiavano. Gli rinfacciavano le corrispondenze dal fronte russo scritte comodamente a Capri, la malattia della madre inventata per spillare quattrini alla cassa di previdenza dei giornalisti. Molti di quei censori, osserva Guerri, avrebbero fatto lo stesso volentieri, potendo. Stare dentro e fuori il fascismo, con e contro il comunismo, è stata l’esperienza di milioni di italiani, che a Malaparte non perdonarono di averla vissuta in prima pagina.Resta il paradosso finale. I romanzi Kaputt e La pelle (entrambi ora pubblicati da Adelphi) sono rimasti a lungo nel dimenticatoio italiano mentre si traducevano ovunque, e oggi Malaparte è uno dei pochissimi nostri scrittori letti nel mondo; non si può dire altrettanto di tanti autori celebrati in patria per la loro coerenza politica, spinta fino alla mania. Un Paese che preferisce la coerenza al talento, salvo, con scarsa coerenza, correre a ristampare il talento quando lo scoprono all’estero. Con le lacune di sempre. Si pensi che qualche anno fa, il critico Alberto Asor Rosa confuse, nella sua opera «definitiva» sulla letteratura italiana, Curzio Malaparte, valente scrittore, con Curzio Maltese, giornalista di Repubblica. Il tutto in una nota a piè di pagina.Guerri rivendica di aver rotto il silenzio quarantasei anni fa, con un giusto orgoglio che Malaparte avrebbe sottoscritto. Nel 1928, Malaparte aveva già vergato la sua autobiografia, in versi: «L’arcitaliano è un capomatto/ che per un po’ di libertà/ d’ogni sua cosa fa baratto/ anche di quello che non ha».

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