Petrolio, i parenti di Pasolini "litigano"

Un cugino ricorda una telefonata che annunciava il furto di carte e oggetti di valore. Ma c’è chi nega che sia mai avvenuto

Il caso del misterioso capitolo di Petrolio, l’ultimo romanzo di Pier Paolo Pasolini, «ricomparso» in occasione della XXI mostra del libro antico di Milano (che aprirà il 12 marzo) diventa sempre più intricato. Sarebbero 120 pagine intitolate «Lampi sull’Eni» e largamente ispirate a un libretto corsaro comparso nel ’72. Si intitolava Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, un pamphlet così velenoso che vennero fatte sparire persino le copie consegnate alle biblioteche centrali. Ma veniamo al capitolo pasoliniano che conterrebbe importanti rivelazioni sull’Eni, su Cefis e su Mattei. Il primo giallo riguarda il come e il perché è stato sottratto al corpo di appunti che componevano Petrolio. Secondo il senatore Dell’Utri che ha annunciato l’altroieri l’importante scoperta, «il testo è stato probabilmente rubato dallo studio di Pasolini».

E già su questa tesi le opinioni degli stessi parenti di Pasolini divergono totalmente. Graziella Chiarcossi, cugina dello scrittore - ne ha ereditato le carte donandole poi al Gabinetto Vieusseux - si è chiusa in un pervicace silenzio, ma informalmente fa sapere che secondo lei nessun documento è mai stato sottratto e quindi «Lampi sull’Eni» non è mai stato scritto. Ben diversa l’opinione dell’altro cugino di Pasolini, il musicista e scrittore Guido Mazzon: «Io ricordo bene che dopo la morte di Pasolini mia madre ricevette una telefonata proprio da Graziella Chiarcossi che le comunicava che c’era stato un furto. Avevano portato via delle carte e dei gioielli. Mia madre era molto turbata. All’epoca non pensammo affatto a Petrolio. Ma col senno di poi e con queste rivelazioni, tutto potrebbe assumere un senso». Resterebbe solo da capire perché Graziella Chiarcossi quella telefonata non se la ricordi. Guido Mazzon non ne ha idea: «L’ho cercata al telefono ma non la trovo».

Anche un altro studioso di Pasolini, il poeta Gianni D’Elia, che alla questione ha dedicato ben due libri - L’eresia di Pasolini e Il Petrolio delle stragi, editi da Effigie -, sul fatto che «Lampi sull’Eni» sia davvero scomparso non sembra avere dubbi: «Nelle carte di Pasolini c’è un appunto, il 22a: “Ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato Lampi sull’Eni e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria”. Serve un critico di vaglia per capire che il capitolo esisteva? E non credo contenesse solo spunti dal libro su Cefis. Pasolini doveva avere una gola profonda all’interno dell’Eni. E questo ci riporta direttamente al caso Mattei...». Ed è per questo che Gianni D’Elia si preoccupa dell’altra questione insoluta: l’autenticità e il versante giudiziario. «Ma queste carte a Dell’Utri chi le ha date? Sono vere? Sono tutte? Non è meglio che vadano a un giudice? Se Dell’Utri ha ragione sono oggetto di reato».

Ma il senatore Dell’Utri per ora quel dattiloscritto non lo ha visto da vicino: «Il possessore delle carte non sono io e sino ad ora non ho potuto consultarle personalmente... Però esistono e ho il parere di alcuni esperti. Io voglio fare in modo che vengano rese visibili con l’apertura della Mostra. Il mio è un interesse letterario, i risvolti giudiziari sono una questione che non mi interessa. Quanto alla supposizione sul furto, l’ho formulata a partire dal parere di persone competenti. Io personalmente non ho informazioni a riguardo, ma da quello che mi hanno raccontato ho capito che il giallo c’è».

E il fatto che il giallo ci sia è, forse, l’unica cosa su cui sono tutti d’accordo.