Più di 80 gli immobili «requisiti» illegalmente

Roma è diventata la città delle okkupazioni abusive. L’illegalità è dietro l’angolo e ovunque. Case, scuole, campi sportivi, palazzi, perfino un commissariato. Non solo il Regina Elena, dunque. Il boom è iniziato nel 2002, con la nascita di Action. Ma protagonisti delle «requisizioni» sono anche gruppi sciolti di estrema sinistra come i «Sans Papiers», letteralmente i «senza permesso», oltre a bande di immigrati clandestini, tossici e sbandati di ogni genere.
A luglio la commissione Sicurezza del Comune ha fatto una mappa di tutti gli stabili, sia pubblici che privati, okkupati illegalmente. Più di 80 i casi accertati. In media, ce ne sono 4 o 5 ogni municipio. Dietro le okkupazioni esiste però una sorta di racket, spiega il presidente della commissione, Fabrizio Santori: «A tirare le fila sono sempre le stesse persone, mosse da un chiaro disegno politico che consiste nell’impossessarsi di locali e metterci dentro della gente, soprattutto extracomunitari privi di permesso di soggiorno, strumentalizzando l’emergenza abitativa per fare politica e acquisire un potere contrattuale verso il Comune». La mappa è certosina, fotografa l’intera città. Da nord a sud. E basta dare un’occhiata per cogliere situazioni al limite. Nel X municipio, per esempio. Ad aprile quelli del centro sociale «Corto circuito» di via Serafini, quartiere Don Bosco, hanno festeggiato i 19 anni di okkupazione. Brindisi e torta con le candeline. Via Serafini era uno stabile abbandonato, dicono loro. In realtà era una scuola elementare, in ristrutturazione, l’unica della zona per giunta. Eppure il minisindaco Sandro Medici del X Municipio non ha mai nemmeno pensato di farli sgomberare. E così addio scuola. Stesso scenario in Via del Calicetto, allo Statuario. Gli spogliatoi di un campo di calcio (privato) sono occupati da 7 anni da un gruppo di romeni. Chi dice 20, chi dice 30 e chi 40. Di sicuro lì ci hanno messo su casa. Non si sa dove prendono acqua e luce. Come servizi igienici usano una fossa comune. Le bombole del gas per scaldarsi e cucinare stanno a pochi centimetri dai materassi. Ma si può abitare in uno spogliatoio? La legge sulla sicurezza del 2 luglio 2009 dice di no. Ai romeni però poco importa. «Tanto che affittano i giacigli ad altri connazionali - dice il consigliere del Pdl David Di Giacomo - al prezzo di 5 euro a notte. Il degrado è pazzesco, d’estate il fetore dalla loro fossa è insopportabile. Abbiamo provato a farli sloggiare però il X Municipio ha sempre detto di essere contrario». La gente è esasperata. Ben 264 inquilini del palazzo di fronte si sarebbero rivolti a un avvocato per «una rivalsa legale verso la proprietà, il Comune e il X municipio», riferisce il responsabile del condominio in questione, De Silvestro. «Il campo è abbandonato al degrado - aggiunge l’amministratore-, dentro sono state violate tutte le norme di sicurezza. Ci sono anche dei minori, ma le istituzioni fanno finta di nulla». Sembrerebbe che in questa parte della città la situazione sia fuori controllo. In via Anagnina, si legge sulla mappa Santori, uno stabile del Cotral è occupato da 20 immigrati, pure loro romeni. In via Lucio Sestio, al Quadraro, l’Atac aveva messo in vendita un magazzino di ricambi, che dall’8 marzo 2008 è okkupato da un centro sociale tutto al femminile, «Lucha y siesta». Sono 70 donne, la costola rosa di Action. L’Atac ha chiesto più volte lo sgombero. Inascoltata. Nel parco di via Publicio, a Cinecittà, si trova invece il cosiddetto «casale delle carrozze» di proprietà del Comune, privo di sistema fognario, occupato da 30-40 romeni.
Intanto prosegue la protesta degli ex-inquilini del Regina Elena. Ieri uno di loro si è inerpicato sui tetti dei musei capitolini minacciando di lanciarsi dal cornicione. Con lui altri 4 manifestanti. Quella di salire per aria, ventilando se possibile il suicidio, è diventata una moda vera e propria.