La pioggia dei pappagalli ubriachi

A centinaia cadono dalle piante, barcollano e non riescono più a volare. Per molti di loro la sorte è segnata Per i veterinari la causa è la fermentazione del nettare di alcuni fiori, ma c’è chi pensa ad un potentissimo virus

La pioggia dei pappagalli ubriachi

Era già successo tante altre volte, quasi tutti gli anni, da molti lustri ad oggi, ma mai con questa intensità e con queste proporzioni del tutto eccezionali. Si tratta del fenomeno ormai noto come il «mistero dei pappagalli ubriachi» che si verifica piuttosto regolarmente nei territori dell’Australia settentrionale. Che i nativi bevano un po' troppo, durante la stagione umida e tropicale, è del tutto ragionevole, ma che i variopinti pappagalli australiani, noti genericamente come Lori (Trichoglossus haematodus rubritorquis ) cadano a centinaia dalle piante e si muovano barcollando vistosamente senza più riuscire a volare, è un fenomeno che, in questi giorni, sta diventando da comico a drammatico. Molti di questi stupendi uccelli cadono a terra già defunti, altri si rivelano incapaci di muovere arti e ali e, per una notevole percentuale di loro, la sorte è segnata. I veterinari annaspano nel buio di una malattia che non ha ancora un nome né un agente causale noto. Gli abitanti della cittadina di Darwin hanno cominciato, da qualche mese, a raccogliere uccelli vivi o già defunti e a consegnarli nelle mani dei veterinari che lavorano all’Ark Animal Hospital, in Palmerston dove ne vengono trattati almeno una decina al giorno. Lisa Hansen, chirurgo presso l’istituto afferma che «agiscono esattamente come una persona ubriaca tronca. Sembrano proprio delle persone sbronze e si appoggiano, facendo pressione contro la rete delle gabbie di ricovero, quasi volessero rimanere in piedi contrastando il grave stato di ebbrezza». È quasi incredibile come anche i veterinari siano portati, dal tipo di sintomi e di comportamento degli uccelli, a pensare proprio che abbiano mangiato o bevuto qualcosa di molto alcolico o in grado, una volta nell’apparato digerente, di sviluppare alcol o sostanze «dopanti». Un’altra caratteristica di questa strana sindrome che lascia esterrefatti i medici è rappresentata dal fatto che uccelli normalmente piuttosto scontrosi e combattivi diventino improvvisamente gioviali e per nulla timorosi dell’uomo, quasi, ancora una volta, l’effetto di una bevanda alcolica li avesse resi più «socializzanti» come capita, di solito, a chi beve in compagnia. Per di più quelli che non muoiono, soffrono per lungo tempo di cefalea, disorientamento, vera e propria depressione, esattamente come capita agli uomini che, dopo una sbronza devono scontare tutti quei fastidiosi fenomeni che gli inglesi riassumono nel termine di «hangover». Poi, per fortuna si riprendono e guariscono.
Ancora non si è trovata la causa di questo strano fenomeno anche se si stanno studiando due possibilità: la fermentazione del nettare di alcuni fiori ingeriti dagli uccelli o un virus capace di causare un corteo sintomatologico così complesso e inusuale. Che gli animali si possano involontariamente ubriacare è noto da molto tempo. In Africa ci sono alberi che, una volta all’anno, producono frutta molto succulenta. Una volta matura, la frutta cade al suolo e, a causa del calore e del sole, fermenta e produce alcol. Anche a causa della scarsità di acqua, gli animali, soprattutto gli elefanti, corrono a mangiarla per dissetarsi, ubriacandosi pesantemente (è il caso di dirlo). Alcuni esperimenti sulle api hanno messo in luce una loro vera e propria predilezione per le sostanze molto alcoliche. I «pappagalli ubriachi» vengono alimentati con una specie di porridge e con frutta fresca e tenuti a riposo, gli unici antidoti che poi valgono anche per noi, se abbiamo alzato il gomito. Dieta e letto.

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