La polemica La scoperta dell’acqua... fresca

Pur non essendo nostro costume polemizzare con altri quotidiani, non si può non dissentire dall’ultima mini-inchiesta di «Repubblica» che fa di tutto per gettare discredito sulla nostra città. Roma, come tutti sanno, solo da un anno è governata da una giunta di centrodestra e, come tutte le metropoli, ha tantissimi problemi da risolvere. Senza neppure addentrarsi sullo scivoloso terreno delle responsabilità, chiunque di mestiere faccia il giornalista, ha solo l’imbarazzo della scelta su uno dei grandi problemi che angosciano i romani: il traffico, i trasporti pubblici, la sanità, l’assistenza agli anziani, la mancanza di asili nido, la sicurezza... Tutte emergenze sulle quali si potrebbero scrivere libri, altro che articoli. E, invece, i solerti cronisti di Repubblica decidono di scoprire l’acqua... fresca. Addirittura in coppia, si fingono turisti stranieri e fanno il giro di sette od otto bar intorno a piazza di Spagna, per chiedere un bicchiere d’acqua. Nella maggior parte dei casi si vedono servire acqua minerale (che, ovviamente, si paga) e quando si sentono rispondere dai baristi che l’acqua del rubinetto non è potabile - cosa, tra l’altro, possibilissima considerato che molti impianti idrici ristrutturati sono di rame e non di ferro o plastica - tanto basta per trarre la conclusione scontata (o addirittura pregiudiziale) che i baristi romani truffano i turisti.
C’è, però, un piccolo dettaglio che sfugge ai colleghi del quotidiano del gruppo De Benedetti: Roma è sicuramente la prima città al mondo nella classifica della presenza di fontanelle pubbliche. Fontane e fontanelle pubbliche che fanno parte dell’immagine stessa della Città Eterna, perché compaiono in tutte le foto di tutti i turisti che la visitano. E parliamo di acqua fresca, limpida e proveniente da sette acquedotti differenti. Anche i somari sanno che nel periodo successivo alla fine dell’Impero romano, ogni orda barbarica che tentava di conquistare la città, se la prendeva con gli acquedotti che portavano acqua potabile da ogni regione. Nonostante i danneggiamenti nessuno mai, neppure Attila, riuscì a distruggerli. Da prima ancora che fossero edificate le famose Terme di Caracalla, la storia di Roma è connaturata con quella dei suoi acquedotti e con la ricchezza delle acque che affluivano nell’Urbe.
Per giunta i «nasoni» - come i romani chiamano affettuosamente le fontanelle pubbliche - sono disseminati in tutti i quartieri, perfino nelle periferie più lontane dove, nelle strade o nelle piazze capita anche di trovare fonti di acqua potabile di altro genere. In questi giorni segnati da temperature torride non è difficile vedere turisti che riempiono le loro bottigliette di plastica alla Barcaccia (tanto per rimanere a pochi metri di distanza dai luoghi dell’inchiesta di «Repubblica»), o alla Fontana di Trevi, a via Bocca di Leone, a via Margutta, alla «fontana del Facchino» a via Lata, a piazza della Pilotta, a via della Scrofa. Tutte fontanelle che, oltre a far zampillare acqua gelida per dissetare chiunque (e meglio della minerale), sono anche vere e proprie opere d’arte. Anzi, consigliamo la lettura di «Fontane di Roma», un’opera curata dal professore Cesare D’Onofrio con l’elenco pressoché completo di questi «simboli della civiltà capitolina» che consentono a chiunque di... evitare di chiedere al bar un bicchiere d’acqua del rubinetto.

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