Polemiche Le classi ponte? Adesso le vogliono le scuole

Il caso scoppiò a ottobre scorso, nel bel mezzo della polemica sulla riforma della scuola. Una mozione della Lega approvata a maggioranza alla Camera auspicava la creazione di «classi-ponte», per permettere ai bimbi stranieri non in grado di parlare l’italiano di mettersi in pari prima di iniziare a frequentare le normali lezioni. Apriti cielo: l’opposizione deformò subito la proposta della Lega in «classi separate» e cominciò a sbandierare il vessillo dell’apartheid. L’idea non si è ancora tramutata in un provvedimento operativo. In realtà la proposta originaria era semplicemente di intervenire per prevenire situazioni difficili che si sono poi puntualmente presentate. In alcuni istituti come proprio il «Giornale» aveva anticipato, si sono create classi in cui ci sono bambini di ogni nazionalità, tranne che italiani. Ovvero classi separate di fatto. A Torino e Milano sono spuntate classi «solo etniche», a Piacenza scuole con 80 etnie diverse, all’elementare Mascagni di Prato quasi un bimbo su quattro parla un’altra lingua che non è l’italiano. Il problema è che, in realtà dove l’immigrazione è tumultuosa, i genitori dei ragazzi italiani preferiscono spostare i figli in altre scuole piuttosto che mandarli in classi in cui l’insegnamento prosegue necessariamente e rilento, a causa delle difficoltà linguistiche. Nel frattempo alcune scuole hanno istituito autonomamente corsi di lingua, bypassando l’inutile retorica dell’antirazzismo facile.

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