La polisportiva Furie Rosse aspetta la grande incompiuta

Da Alonso a Lorenzo, da Nadal a Contador a Gasol: in Spagna solo il calcio non è mai riuscito a salire sul tetto del mondo. Domani sera la supersfida con l'Olanda. Del Bosque deve riuscire dove hanno fallito i big del passato: da Suarez a Camacho

La polisportiva Furie Rosse  
aspetta la grande incompiuta

Alonso, Contador, Lorenzo, Gasol, Nadal, soltanto per rimanere tra i contemporanei. Come ti muovi ti incornano. Gli spagnoli vanno che è un piacere, vincono da singoli e in squadra, in bicicletta, in moto, in Formula 1, a basket, su terra rossa e a Wimbledon, in vasca. Quattro coppe Davis di tennis, un mondiale di pallacanestro, due di pallanuoto, varie cose al Tour, al Giro, nei gran premi di motociclismo e di automobilismo, in prima fila dovunque e comunque, da sempre.

Accadeva, però, un fatto strano soltanto nel football, territorio nel quale i club di Spagna, Madrid e Barcellona per dire i più grandi, hanno portato a casa dodici coppe dei Campioni, dunque dominando. Accadeva però che, smessa la camiseta blanca o blaugrana, indossata quella rubia, intendo nel football che coinvolge la nazionale, le Furie Rosse spesso diventassero poco furiose e tendenti a un colore meno sanguigno. Non bastava il cognome, Di Stefano o Suarez, occorrevano “huevas Y goles”, né gli uni (uova è femminile ma il significato o la traduzione vanno al maschile), né gli altri.

Un titolo europeo vinto sull’Unione Sovietica 2 a 1, nel Sessantaquattro, giocato in casa con finale al Bernabeu di Madrid davanti a 125mila persone, tra strepiti e polemiche politiche dopo il rifiuto spagnolo di affrontare la stessa Urss, quattro anni prima, sempre per dissidi ideologici; un altro Europeo perso a Parigi contro la Francia di Platini vent’anni dopo, il secondo titolo continentale due anni fa a Vienna sulla Germania, un oro alle Olimpiadi del 1992 (in campo Pep Guardiola), non altro, tanto da meritarsi l’etichetta internazionale di “grande incompiuta”. Non ce l’ha fatta Muñoz che portò nove titoli e due coppe dei Campioni al Real Madrid, non ce l’hanno fatta Kubala e Suarez, Camacho e Clemente. Poi Luis Aragones ha compiuto il primo vero miracolo, l’Europeo vinto in Austria, la Spagna che sale sul podio più alto, la crescita di una generazione fresca, fatta in casa, soprattutto in Catalogna, laddove la Spagna è “un’altra”, terra bellissima e diversa, comunque banca tecnica inesauribile.

Luis Aragones ha lasciato un’eredità pesante. Lo stesso capitò ad Aimè Jacquet che aveva vinto il titolo mondiale con la Francia nel 1998, passando l’incarico a Roger Lemerre. Costui andò a ribadire la supremazia della nazionale di Zidane e Trezeguet, due anni dopo, in Olanda, battendo con il golden gol l’Italia di Zoff. Vicente Del Bosque non ha fatto rivoluzioni e per questo la Spagna è maturata e va a giocarsi la storia. La storia del football, avendo già scritto quella delle altre discipline sportive.

L’invasione degli stranieri ha finito per stimolare il vivaio indigeno, la qualità della Liga non è concentrata soltanto nei due club storici, Barcellona e Real Madrid come conferma il recente successo dell’Atletico di Madrid nell’Europaleague. La maturazione di alcuni talenti, Fabregas, Xavi, Iniesta, l’esplosione di altri della cantera catalana, Busquets, Piquè, Pedro, ha completato l’opera della federazione condotta da un presidente bizzarro, Villar, ex calciatore, un tipo tosto, energico, provocatore, alla Zamparini se è obbligatorio portare un paragone nostrano. Basco di Bilbao, ex dell’Athletic con il quale vinse una coppa di Spagna, vicepresidente dell’Uefa e della Fifa, capo della commissione arbitri dell’Uefa, Villar raccoglie con gli interessi il lavoro incominciato nel Duemila.

Ma è necessaria un’ultima azione, un ultimo attacco. Il polpo ieri ha emesso la sentenza, ha posato i suoi tentacoli sulla bandiera giallorosa. Finora non ha sbagliato una previsione. Se non sarà così el pulpo Paul farà una brutta fine.

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