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Politica economica

Confindustria rivede al rialzo il Pil: +1% nel 2026. Ma l’energia resta il nodo

Il Centro Studi alza di mezzo punto la stima di crescita grazie al Pnrr, agli investimenti e alla tenuta dei consumi. Per il 2027 previsto un rallentamento allo 0,6%. Sullo sfondo, la crisi di Hormuz e i costi energetici: con il Brent a 126 dollari la crescita dell’anno prossimo si annullerebbe

"Un salario più ricco agli under 35"

L’economia italiana sorprende in positivo. Nel Rapporto di previsione d’autunno il Centro Studi Confindustria stima per il 2026 una crescita del Pil dell’1%, mezzo punto in più rispetto alle previsioni di marzo, un risultato definito «sostanzialmente in linea con la variazione già acquisita», cioè quella che si registrerebbe a fine anno anche con una crescita nulla negli ultimi due trimestri. Alla base della revisione c’è anzitutto «il buon andamento dell’economia italiana nella prima metà dell’anno», con un +0,3% nel primo trimestre (rivisto al rialzo dalla stima preliminare) e un +0,2% nel secondo, che si sommano al +0,3% del quarto trimestre 2025. Il dato italiano spicca nel confronto europeo: l’area euro, secondo il Csc, si fermerà allo 0,8%, mentre la Francia è il grande Paese «più in difficoltà», con una crescita acquisita a giugno ferma allo 0,3% e un quadro segnato da «instabilità politica» e da un deficit pubblico «che non è previsto rientrare».

Il Pnrr ha fatto la differenza

Il secondo motore è stato il Piano nazionale di ripresa e resilienza, concluso a fine agosto, il cui impatto è stimato in mezzo punto di Pil nel 2026. Un apporto che il Centro Studi definisce «decisivo» e che ha spinto soprattutto gli investimenti, coinvolgendo anche quelli privati «sostenuti da incentivi, come 5.0, che hanno riscosso molto successo tra le imprese». Nel focus dedicato al Piano il giudizio è netto: pur non essendo mancate criticità nell’attuazione, «la valutazione complessiva appare positiva». L’incidenza degli investimenti sul Pil è salita di circa 3,7 punti rispetto al periodo pre-pandemia, mentre è scesa di circa 2 punti nei Paesi dell’area euro con una dotazione più contenuta. I tempi di realizzazione di un’opera media sono passati da 38 a 31 mesi, i tempi di pagamento della Pa sono scesi a 27,2 giorni nel 2025 dai 33,7 del 2023 e il disposition time penale si è ridotto del 31,2% rispetto al 2019, «superando l’obiettivo Pnrr del 25%». Per il futuro, avverte il Csc, «sarà cruciale trovare le modalità per mantenere elevata la quota di risorse destinate agli investimenti».

Consumi e investimenti trainano la crescita

La crescita di quest’anno poggia sui consumi, in aumento dell’1,1% («molto meglio quelli delle famiglie di quelli pubblici»), e sugli investimenti (+3,3%), trainati dalle costruzioni. L’export di beni cresce del 2,7% e quello di servizi del 3,8%, anche se la domanda estera netta resta negativa. Tiene anche l’industria, sostenuta da export e investimenti in macchinari «spinti dal successo dell’iperammortamento», con una crescita acquisita a luglio dello 0,4% e l’automotive in testa (+8,8%). Positivi anche i segnali dal lavoro: l’occupazione cresce dello 0,8% in termini di persone.

Il 2027 sarà un anno di rallentamento

Il prossimo anno la crescita scenderà allo 0,6%, risentendo della «debolezza della fase finale del 2026» e di un recupero «solo moderato» a inizio anno. A pesare saranno il petrolio tornato a settembre sui massimi di 102 dollari al barile, il gas salito a 77 euro al megawattora, livello più alto dalla fine del 2022, e l’inflazione che a settembre «ha toccato il suo massimo raggiungendo il 4,2%», erodendo il potere d’acquisto. A questi si aggiungono i rialzi dei tassi della Bce, con un secondo aumento di 0,25 punti a settembre e altri tre attesi nei prossimi mesi. Lo scenario si basa sull’ipotesi che dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti «si trovi una soluzione alla guerra Usa-Iran» e che da gennaio prenda avvio la normalizzazione dei transiti nello Stretto di Hormuz, con benefici attesi in termini di discesa dei prezzi energetici, rientro dell’inflazione e «maggiore fiducia di famiglie e imprese». Va inoltre ricordato che la previsione è a legislazione vigente e non incorpora la clausola nazionale di salvaguardia per difesa e sicurezza energetica, che vale 14,4 miliardi per il biennio 2026-2027.

L’energia, priorità per le imprese

Resta però il tema che sta più a cuore agli industriali. Per il Csc «l’elevato costo dell’energia rimane la più importante vulnerabilità dell’economia italiana». Il prezzo dell’elettricità è risultato nei primi nove mesi dell’anno del 35% più alto che in Germania e a settembre ha toccato un picco di 208 euro al megawattora, contro i 114 di febbraio. Secondo le stime del Centro Studi, con un Brent a circa 126 dollari di media nel 2027, contro i 75 dello scenario base, «si potrebbe annullare la crescita del Pil prevista per il 2027», e lo stesso accadrebbe con il petrolio a 115 dollari e il gas a 89 euro. Di qui l’avvertimento: se la situazione «continua o peggiora occorrerà intervenire». Nel mirino degli industriali c’è anche il sistema europeo degli Ets: l’azzeramento delle quote gratuite, osserva il Csc, «determinerà altre chiusure di imprese», con oneri superiori all’Ebitda per il 18% delle aziende manifatturiere coinvolte.

Le proposte per crescere di più

Sul fronte strutturale il Centro Studi individua nella produttività il vero freno e nella crescita dimensionale delle imprese la leva principale: se le aziende tra 10 e 19 dipendenti diventassero di 50-249 addetti, la produttività salirebbe del 4,3% e nella manifattura del 6,1%, perché «maggiore produttività significa anche maggiori salari». Confindustria chiede anche di rafforzare la patrimonializzazione delle imprese, già cresciuta in modo significativo nella manifattura (dal 34,5% del 2007 al 50% del 2024), proseguendo «sulla strada avviata anni fa e poi interrotta nel 2023 con l’eliminazione dell’Ace». Sul piano internazionale, infine, gli accordi commerciali si confermano strategici: nei primi tre mesi dell’intesa Ue-Mercosur l’export italiano verso l’area è cresciuto del 10%.

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