L’economia italiana sorprende in positivo. Nel Rapporto di previsione d’autunno il Centro Studi Confindustria stima per il 2026 una crescita del Pil dell’1%, mezzo punto in più rispetto alle previsioni di marzo, un risultato definito «sostanzialmente in linea con la variazione già acquisita», cioè quella che si registrerebbe a fine anno anche con una crescita nulla negli ultimi due trimestri. Alla base della revisione c’è anzitutto «il buon andamento dell’economia italiana nella prima metà dell’anno», con un +0,3% nel primo trimestre (rivisto al rialzo dalla stima preliminare) e un +0,2% nel secondo, che si sommano al +0,3% del quarto trimestre 2025. Il dato italiano spicca nel confronto europeo: l’area euro, secondo il Csc, si fermerà allo 0,8%, mentre la Francia è il grande Paese «più in difficoltà», con una crescita acquisita a giugno ferma allo 0,3% e un quadro segnato da «instabilità politica» e da un deficit pubblico «che non è previsto rientrare».
Il Pnrr ha fatto la differenza
Il secondo motore è stato il Piano nazionale di ripresa e resilienza, concluso a fine agosto, il cui impatto è stimato in mezzo punto di Pil nel 2026. Un apporto che il Centro Studi definisce «decisivo» e che ha spinto soprattutto gli investimenti, coinvolgendo anche quelli privati «sostenuti da incentivi, come 5.0, che hanno riscosso molto successo tra le imprese». Nel focus dedicato al Piano il giudizio è netto: pur non essendo mancate criticità nell’attuazione, «la valutazione complessiva appare positiva». L’incidenza degli investimenti sul Pil è salita di circa 3,7 punti rispetto al periodo pre-pandemia, mentre è scesa di circa 2 punti nei Paesi dell’area euro con una dotazione più contenuta. I tempi di realizzazione di un’opera media sono passati da 38 a 31 mesi, i tempi di pagamento della Pa sono scesi a 27,2 giorni nel 2025 dai 33,7 del 2023 e il disposition time penale si è ridotto del 31,2% rispetto al 2019, «superando l’obiettivo Pnrr del 25%». Per il futuro, avverte il Csc, «sarà cruciale trovare le modalità per mantenere elevata la quota di risorse destinate agli investimenti».
Consumi e investimenti trainano la crescita
La crescita di quest’anno poggia sui consumi, in aumento dell’1,1% («molto meglio quelli delle famiglie di quelli pubblici»), e sugli investimenti (+3,3%), trainati dalle costruzioni. L’export di beni cresce del 2,7% e quello di servizi del 3,8%, anche se la domanda estera netta resta negativa. Tiene anche l’industria, sostenuta da export e investimenti in macchinari «spinti dal successo dell’iperammortamento», con una crescita acquisita a luglio dello 0,4% e l’automotive in testa (+8,8%). Positivi anche i segnali dal lavoro: l’occupazione cresce dello 0,8% in termini di persone.
Il 2027 sarà un anno di rallentamento
Il prossimo anno la crescita scenderà allo 0,6%, risentendo della «debolezza della fase finale del 2026» e di un recupero «solo moderato» a inizio anno. A pesare saranno il petrolio tornato a settembre sui massimi di 102 dollari al barile, il gas salito a 77 euro al megawattora, livello più alto dalla fine del 2022, e l’inflazione che a settembre «ha toccato il suo massimo raggiungendo il 4,2%», erodendo il potere d’acquisto. A questi si aggiungono i rialzi dei tassi della Bce, con un secondo aumento di 0,25 punti a settembre e altri tre attesi nei prossimi mesi. Lo scenario si basa sull’ipotesi che dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti «si trovi una soluzione alla guerra Usa-Iran» e che da gennaio prenda avvio la normalizzazione dei transiti nello Stretto di Hormuz, con benefici attesi in termini di discesa dei prezzi energetici, rientro dell’inflazione e «maggiore fiducia di famiglie e imprese». Va inoltre ricordato che la previsione è a legislazione vigente e non incorpora la clausola nazionale di salvaguardia per difesa e sicurezza energetica, che vale 14,4 miliardi per il biennio 2026-2027.
L’energia, priorità per le imprese
Resta però il tema che sta più a cuore agli industriali. Per il Csc «l’elevato costo dell’energia rimane la più importante vulnerabilità dell’economia italiana». Il prezzo dell’elettricità è risultato nei primi nove mesi dell’anno del 35% più alto che in Germania e a settembre ha toccato un picco di 208 euro al megawattora, contro i 114 di febbraio. Secondo le stime del Centro Studi, con un Brent a circa 126 dollari di media nel 2027, contro i 75 dello scenario base, «si potrebbe annullare la crescita del Pil prevista per il 2027», e lo stesso accadrebbe con il petrolio a 115 dollari e il gas a 89 euro. Di qui l’avvertimento: se la situazione «continua o peggiora occorrerà intervenire». Nel mirino degli industriali c’è anche il sistema europeo degli Ets: l’azzeramento delle quote gratuite, osserva il Csc, «determinerà altre chiusure di imprese», con oneri superiori all’Ebitda per il 18% delle aziende manifatturiere coinvolte.
Le proposte per crescere di più
Sul fronte strutturale il Centro Studi individua nella produttività il vero freno e nella crescita dimensionale delle imprese la leva principale: se le aziende tra 10 e 19 dipendenti diventassero di 50-249 addetti, la produttività salirebbe del 4,3% e nella manifattura del 6,1%, perché «maggiore produttività significa anche maggiori salari». Confindustria chiede anche di rafforzare la patrimonializzazione delle imprese, già cresciuta in modo significativo nella manifattura (dal 34,5% del 2007 al 50% del 2024), proseguendo «sulla strada avviata anni fa e poi interrotta nel 2023 con l’eliminazione dell’Ace». Sul piano internazionale, infine, gli accordi commerciali si confermano strategici: nei primi tre mesi dell’intesa Ue-Mercosur l’export italiano verso l’area è cresciuto del 10%.
