Il temuto venerdì nero non c’è stato, ma la settimana dei mercati si chiude con il fiato corto. Dopo i 3.200 miliardi di dollari bruciati giovedì a Wall Street, il colpo è arrivato prima in Asia, con Tokyo in calo del 5,96% e Seul oltre il 6% dopo un blocco temporaneo degli scambi, poi in Europa. Partiti male, i listini del Vecchio continente hanno ridotto le perdite nel finale grazie alla riapertura in positivo di Wall Street, senza però riuscire a invertire la rotta. Oltreoceano il Nasdaq ha recuperato intorno al 2%, trainato dai chip dopo il peggior calo dal 2020, con Nvidia e Amd in deciso rialzo. Un recupero che diversi operatori considerano più un rimbalzo tecnico che una ritrovata fiducia. Francoforte, la peggiore, ha perso l’1,92%, Londra l’1% e Parigi lo 0,81%. Milano ha ceduto lo 0,9%, restando comunque sopra la soglia dei 50mila punti. Le vendite hanno toccato quasi tutti i settori, risparmiando proprio tecnologici e semiconduttori, mentre i finanziari hanno pagato
il clima generale più che i conti, spesso buoni. In Piazza Affari bene Tenaris (+3,3%) e Buzzi (+1,8%), in calo Nexi (-3,6%), Banco Bpm (-3,2%) e Bper (-2,7%).
Al centro di tutto resta l’intelligenza artificiale. Il successo dei democratici alle elezioni di metà mandato, accompagnato da decine di referendum locali contro i data center, fa temere che in Stati come il Texas la corsa alle nuove infrastrutture possa rallentare. Donald Trump ha dato la colpa del tonfo agli avversari, scrivendo che «non è colpa dei repubblicani, ma degli stupidi democratici». Molti analisti, però, ricordano che i titoli legati all’IA erano già in correzione prima del voto per valutazioni giudicate eccessive. Per Yardeni Research le restrizioni sono «dossi, non blocchi stradali», mentre Citigroup parla di «un normale aggiustamento di mercato». Kristofer Barrett di Carmignac spiega la violenza delle vendite con il peso degli operatori che usano la leva finanziaria,
perché «quando si diffonde il panico, molti operatori cercano di uscire dal mercato contemporaneamente».
Sul fronte delle materie prime, il petrolio ha chiuso in lieve flessione, con il Brent intorno a 97 dollari al barile, e il gas ad Amsterdam è sceso del 5,5%, segno di un cauto ottimismo su una possibile pace tra Stati Uniti e Iran. In calo anche l’oro, intorno ai 4.050 dollari l’oncia, dopo il rally dei giorni scorsi. A raffreddarlo sono stati i dati sul lavoro americano: 165mila posti creati a ottobre e disoccupazione al 4,1%, entrambi migliori delle attese. Un segnale di buona salute dell’economia Usa che ha però rafforzato le attese di un rialzo dei tassi della Federal Reserve a dicembre, spingendo verso l’alto i rendimenti dei Treasury. Diversa la musica in Europa, dove lo spread tra Btp e Bund è sceso a 107,4 punti.
