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Politica estera

Eisenkot prenota l’incarico. Bibi trema e invoca l’unità

Domani le consultazioni, anche se la destra vuole posticiparle contestando l’esito. Opposizione unita sul generale. Leader: no a gli arabi

A pedestrian passes a campaign billboard featuring Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, left, and his main rival, opposition candidate Gadi Eisenkot, with a message in Hebrew that reads "The race is tight," Friday, Oct. 23, 2026, in Tel Aviv, Israel. (AP Photo/David Goldman)

Si tratta, si conta e si riconta per trovare la quadra, in attesa di capire se la nascita del prossimo governo in Israele sarà condizionata da una nuova offensiva contro l’Iran. Sono giornate intense nei corridoi della politica. Domani il presidente della Repubblica Isaac Herzog dovrebbe iniziare le consultazioni, in diretta streaming dalle ore 16 italiane, dopo aver ricevuto i dati definitivi e ufficiali delle elezioni generali del 27 ottobre. Ma il Likud di Benjamin Netanyahu e l’estrema destra di Itamar Ben Gvir puntano a rinviare la certificazione dell’esito elettorale, denunciando interferenze dall’estero.

Se non ci saranno intoppi, per la prima volta il capo dello Stato comincerà i colloqui dai partiti minori. Si parte da Sionismo Religioso-Zehut, le formazioni alleate degli esponenti di estrema destra Bezalel Smotrich e Moshe Feiglin. A seguire, saranno ricevuti lo Shas di Arye Dery e Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman. Giovedì toccherà a tutti gli altri, compresi i due partiti rivali più votati, Yashar di Gadi Eisenkot e il Likud di Netanyahu.

Molte cose si stanno muovendo dietro le quinte, nel frattempo. L’ultima conferma la compattezza del blocco anti-Netanyahu sul nome di Eisenkot, dopo che anche Lieberman, il falco della destra che si è unito all’opposizione, ha confermato la sua intenzione di sostenere l’ex capo di Stato maggiore. Pur criticando Eisenkot per una campagna definita «fallimentare», l’ex ministro di Bibi, ora suo rivale politico, è stato chiaro: «Netanyahu deve andare via, non mi fido di lui». E ha aggiunto anche che mai accetterebbe di far parte di un esecutivo con il leader del Likud, neanche in caso di governo di unità nazionale e neanche se, nella rosa dei premier a rotazione, ci fosse il proprio nome. Lieberman esclude però un governo di minoranza con l’appoggio esterno dei partiti arabi: «Sopravviverebbe meno di un anno», ha spiegato, nonostante i palestinesi d’Israele invitino a unire le forze. Il leader della destra laica non disdegna invece l’ipotesi di appoggio esterno del partito ultraortodosso Ujt, Ebraismo della Torah Unito, che con i suoi 7 seggi ha aperto all’opposizione, indispettito da Netanyahu per la mancata esenzione degli haredim dalla leva obbligatoria. Lieberman spera di portare dalla sua anche alcuni transfughi dal Likud. «Ma prima dobbiamo prendere il controllo della Knesset» ha aggiunto, consapevole che parte dei giochi si faranno al momento dell’elezione del presidente del Parlamento il 10 novembre. Lui appoggerà Lapid, numero 2 di B’Yachad, il centro laico del blocco anti-Netanyahu.

I leader di opposizione, Eisenkot, Golan, Bennett, Lapid e Lieberman si incontreranno stamattina, mentre si rincorrono le indiscrezioni sul pressing di Netanyahu a Donald Trump perché attacchi l’Iran. Il premier vede allontanarsi la riconferma e spera che la ripresa del conflitto allunghi il suo mandato oppure porti a un esecutivo di unità o «di ampio respiro» come lo chiama lui, purché senza gli arabi «che sostengono il terrorismo e negano l’esistenza dello Stato ebraico». Il rischio di nuove elezioni in Israele non è scongiurato.

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