La guerra contro l'Iran sta inasprendo le vecchie tensioni delle potenze nella regione del Golfo. L'uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec a maggio ne è un esempio. Ed è sia un monito preoccupante all'Arabia Saudita che un segnale positivo per Donald Trump. A un primo sguardo la mossa di Abu Dhabi è l’atto finale di una disputa con l'Arabia Saudita sulla quantità di petrolio che gli Stati membri dovrebbero essere autorizzati a estrarre. Fino a poco tempo fa, infatti, Riad voleva limitare l'offerta per sostenere i prezzi, mentre gli Emirati preferivano una produzione più autonoma. Abu Dhabi infatti vuole più libertà rispetto alla sottomissione al regno saudita, e sta usando il petrolio come strumento per esprimere questa sua esigenza. Ma la rottura potrebbe essere anche il risultato di una sorta di accordo tra gli Emirati Arabi Uniti, Israele e gli Stati Uniti, secondo alcuni analisti. L'uscita del terzo produttore dell'Opec avviene in un momento in cui Abu Dhabi sta facendo pressioni sugli Stati Uniti affinché continuino la guerra contro l'Iran e si sta avvicinando a Israele. Axios ha riportato che lo Stato ebraico ha inviato un sistema di difesa aerea Iron Dome e tecnici negli Emirati Arabi Uniti quando lo Stato del Golfo era sotto attacco di droni e missili iraniani. Questa è la prima volta nei settantasette anni di storia dello Stato di Israele che le Idf hanno schierato un sistema di difesa aerea attivo per proteggere una capitale araba. È la prima volta che l'Iron Dome viene utilizzato al di fuori di Israele o degli Stati Uniti da quando è entrato in funzione nel 2011. Anche l'intercettore Tamir è stato schierato in questa guerra per difendere Abu Dhabi dai droni iraniani Shahed e dai missili balistici ipersonici Fattah che in 400 secondi arrivano a Tel Aviv.
Un alto funzionario emiratino ha dichiarato ad Axios: "Non lo dimenticheremo. È stato un momento davvero rivelatore. Per capire chi sono i nostri veri amici”. Tareq al-Otaiba, ex membro del Consiglio di sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti, ha espresso parole di riconoscenza: "Gli Stati Uniti e Israele hanno dimostrato di essere veri alleati”. La cooperazione militare, di sicurezza e di intelligence tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti ha raggiunto nuove vette dunque durante questa guerra. Il dispiegamento senza precedenti del sistema Iron Dome in questo conflitto non è stato precedentemente reso pubblico. Secondo il ministero della Difesa degli Emirati, l'Iran ha sparato circa 550 missili balistici e da crociera e più di 2.200 droni contro gli Emirati Arabi Uniti. La maggior parte dei missili e dei droni sono stati intercettati, ma alcuni sono riusciti a colpire obiettivi militari e civili nel paese. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato alle forze di difesa israeliane di inviare la batteria Iron Dome con intercettori e diverse decine di operatori dell'Idf dopo una chiamata con il presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed. L’aviazione israeliana ha anche condotto numerosi attacchi per eliminare missili a corto raggio posizionati nel sud dell’Iran prima che potessero colpire gli Emirati Arabi Uniti e altri paesi del Golfo. Israele e gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato un trattato di pace, gli Accordi di Abramo, nel 2020. Mentre ci sono state differenze su questioni tra cui Gaza, sia i funzionari israeliani che quelli degli Emirati dicono che la partnership è attualmente più vicina che mai. Anche Aaron David Miller, ex negoziatore statunitense, ha dichiarato che Abu Dhabi ha concluso che la sua sicurezza dipende dai due attori che le sono rimasti saldamente accanto durante una crisi cruciale, ovvero Israele e Stati Uniti.
In questo conflitto l'Arabia Saudita ha aiutato gli Stati Uniti a condurre la guerra contro l'Iran fornendo un maggiore accesso alle basi e ai sorvoli, ma ha anche appoggiato gli sforzi di mediazione del suo stretto alleato, il Pakistan. Al contrario, gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto pressioni affinché gli Stati Uniti continuassero ad attaccare l'Iran e hanno cercato di impedire al Pakistan di riunire Stati Uniti e Iran per dei colloqui. "È possibile che questa rottura sia anche il risultato di una sorta di “accordo” tra gli Emirati Arabi Uniti, Israele e gli Stati Uniti, in cui questi ultimi avrebbero aiutato a difendere gli Emirati Arabi Uniti dall'Iran in cambio di un duro colpo all'Opec, obiettivo a lungo perseguito da Trump", ha spiegato Ellen Wald analista dell'Atlantic Council. In più, l’Arabia Saudita è il paese più grande della regione e, come gli Emirati Arabi Uniti, ambisce a proiettare la propria influenza. Abu Dhabi e Riad stanno intensificando la loro competizione. In Sudan, Yemen, Libia. Hanno visioni contrastanti dell'ordine del Golfo e Abu Dhabi sta attuando una rivalutazione degli interessi nazionali. La Vision 2030 di Riad, un piano per diversificare l'economia dell'Arabia Saudita riducendo la dipendenza dal petrolio, ha acuito la competizione per investimenti, logistica e primato regionale. Per quanto riguarda i rapporti con Israele. Gli Emirati Arabi Uniti si sono mossi subito per normalizzare le relazioni con gli Accordi di Abramo. L’Arabia Saudita ha invece temporeggiato per calcoli interni, religiosi e geopolitici. L'Arabia Saudita si considera lo Stato leader del Golfo.