Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 10:44
Politica estera

Gli Usa su Hormuz: “Sminato e aperto”. Il bivio di Teheran

No di Ben-Gvir e Smotrich all’alleanza alle urne. Bibi: “Così trionferà Eisenkot

US President Donald Trump salutes after stepping off Air Force One at Joint Base Andrews, Maryland on August 28, 2026. US President Donald Trump traveled to Houston, Texas, to headline a Republican National Committee (RNC) fundraiser supporting Ken Paxton's US Senate campaign and to present the Artemis II crew with the Congressional Space Medal of Honor for their historic mission around the Moon. (Photo by Kent NISHIMURA / AFP)

Le armi convenzionali tacciono, almeno per ora, fra Stati Uniti e Iran a sei mesi esatti dall’inizio del conflitto. E mentre Donald Trump definisce iperbolicamente sui social «nuovo territorio Usa» lo Stretto di Hormuz, Teheran apre uno spiraglio al dialogo, pur facendo sapere che il presidente Usa «mostra sintomi di schizofrenia». «Rimettere la diplomazia sui binari giusti non è impossibile - dice il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi - Dipende dalla comprensione da parte degli Stati Uniti di un semplice fatto: la pressione non funziona». In realtà, è proprio il pressing Usa a sortire i primi effetti. Il capo di Centcom, il Comando militare centrale Usa, ha confermato ieri che le forze armate hanno «rimosso con successo le mine navali presenti nelle rotte di navigazione internazionali dello Stretto». Quelle rotte sono ora libere, annuncia l’ammiraglio. Prima di lui, Trump aveva proclamato ad Axios che «Hormuz è aperto» e «la risposta iraniana è molto debole. Non vogliono che torniamo a colpirli».

Bloomberg conferma che i flussi di petrolio attraverso lo Stretto registrano un graduale incremento grazie alla ripresa delle esportazioni dei produttori del Medioriente. Fra i 6 e gli 8 milioni di barili di greggio al giorno transitano adesso. Sono la metà dell’epoca pre-conflitto, ma le compagnie di navigazione tentano la traversata e adottano un sistema di navette che trasferisce il greggio all’esterno di Hormuz, dove viene poi caricato su petroliere al largo dei porti di Emirati Arabi e Oman. Anche i dati satellitari confermano un sensibile aumento dell’attività di carico nei terminali di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Qatar, mentre l’export dell’Iran resta paralizzato dal blocco Usa.

L’Iran è in difficoltà e, nonostante l’appello agli alleati perché non attuino le sanzioni economiche secondarie contro Teheran, definite «crimini contro l’umanità» che starebbero mettendo a rischio la vita di milioni di iraniani, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, è certo che il pressing sul regime, con il «D-Day economico», «schiaccerà l’economia iraniana», ancor più dopo il G20 Finanze di lunedì in North Carolina, ad Asheville, dove Bessent premerà sull’isolamento della teocrazia. Eppure da Berlino si alza la voce del ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, che accusa Trump di «guerra irresponsabile» e del caro-petrolio.

Lo scontro Usa-Iran resta foriero di tensioni. Non solo perché il regime minaccia di usare nuove armi e la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, esorta i suoi ad «evitare una retorica che indebolisca il morale della popolazione o crei divisioni». Ma anche perché il conflitto starebbe provocando una grave crisi finanziaria nell’esercito statunitense. Secondo un memorandum del Pentagono, riportato dal Guardian, la Marina è stata costretta a spostare fondi destinati agli stipendi per coprire i costi della guerra, mentre i missili intercettori Patriot scarseggiano. «Il salvadanaio è rotto», commenta Harlan Ullman, ex ufficiale.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.