Il 16 settembre non è un giorno come altri per gli iraniani. Esattamente quattro anni fa a Teheran Mahsa Amini moriva a soli 22 anni dopo essere stata arrestata e brutalmente picchiata dalla polizia morale tre giorni prima. La sua colpa? Non aver indossato correttamente l’hijab (il velo islamico) lasciando uscire una ciocca di capelli. La sua morte segnò un nuovo capitolo nella lunga storia della resistenza del popolo iraniano alla Repubblica Islamica.
Nel 2022 il mondo ha visto migliaia di persone, soprattutto giovani, scendere in strada in tutto l’Iran al grido «Donna, vita, libertà». Le ragazze si toglievano il velo non solo per chiedere giustizia per Mahsa, ma il diritto di tutti gli iraniani a poter decidere del proprio futuro. La repressione del regime fu brutale: manifestanti di ogni età uccisi, arrestati, costretti all’esilio. Poi, nel gennaio 2026, quegli stessi giovani sono tornati in piazza assieme ai mercanti dei bazar schiacciati dalla terribile crisi economica. E in quell’occasione l’odio verso il regime e la voglia di un cambio netto ha toccato il culmine: per le strade gli iraniani urlavano «Morte a Khamenei, morte al dittatore». La Repubblica Islamica non esitò a massacrare il suo popolo (si stimano decine di migliaia di vittime, senza contare gli arresti) e a isolare il paese scollegando internet per settimane.
La morte di Khamenei in un raid israelo-americano sembrava aver ridato speranza, ma il regime ha sfruttato la diversione della guerra per inasprire la repressione interna. Secondo l’Ong Iran Human Rights, nei primi otto mesi del 2026 sono state impiccate almeno 528 persone, tra cui circa 31 manifestanti legati alle proteste di gennaio o al movimento «Donna, vita, libertà». Ma il bilancio potrebbe essere più drammatico visto che solo una minima parte delle esecuzioni viene annunciata dalle fonti ufficiali. Soltanto nella prigione centrale di Ishafan si trovano nel braccio della morte almeno 70 giovani. Appena una settimana fa si è appresa la sorte di Taraneh e Romina Rahimi, gemelle di 19 anni, picchiate per mesi e minacciate di stupro se non avessero confessato. Poi la sentenza: morte per Taraneh e 25 anni di prigione per Romina. I pasdaran hanno inoltre attivato la piattaforma Alaj invitando i cittadini a fornire ogni informazione sugli oppositori all’estero mentre il parlamento si prepara ad approvare una legge di «Contrasto alle infiltrazioni straniere» che equipara i contatti non approvati con stati e organizzazioni estere come attentato alla sicurezza interna.
In questo anniversario è tornata a farsi sentire Narges Mohammadi, premio nobel per la pace 2023, più volte arrestata a rischio della propria vita per il suo attivismo in difesa dei diritti degli iraniani. Intervistata dal Corriere mentre è agli arresti domiciliari a Teheran, continua a coltivare la speranza per il suo popolo. «Il movimento Donna, vita, libertà vive ancora nella vita quotidiana degli iraniani. Non in manifestazioni di piazza, ma nelle strade e nelle case. Le donne iraniane continuano a cambiare la società e questo è senz’altro una rivoluzione».
