La Cina è uno dei maggiori importatori agricoli del mondo. Proprio questo aspetto, unito alla dimensione del suo mercato, le permette di esercitare pressione sui Paesi che dipendono dai consumatori cinesi. Pechino sa anche che questa dipendenza può diventare una debolezza. Ecco perché sta cercando di trasformare la sicurezza alimentare in uno strumento di potere geopolitico, nonché in una leva di potere da attivare in caso di necessità.
Una questione di sicurezza nazionale
La Cina produce enormi quantità di alimenti, ma non riesce a soddisfare con la produzione interna tutta la domanda della propria popolazione. La crescita dei redditi ha cambiato profondamente le abitudini alimentari, aumentando il consumo di carne, pesce, latticini e soprattutto di mangimi necessari per sostenere il gigantesco settore degli allevamenti.
Basta dare uno sguardo ai numeri per capire di cosa stiamo parlando. Nel 2023 le importazioni alimentari cinesi hanno raggiunto circa 215 miliardi di dollari. La Cina importa inoltre circa l’85% della soia che utilizza, oltre il 67% di alcuni semi oleosi e una quota significativa della carne bovina. Il Dragone deve quindi garantire il funzionamento dell’intera catena che permette di portare il cibo sulle tavole di 1,4 miliardi di persone.
Ed è proprio questa dipendenza che Pechino ha imparato a trasformare in leva politica. Quando i rapporti con un Paese peggiorano, il governo cinese può ridurre o sospendere gli acquisti di determinati prodotti, colpendo direttamente gli esportatori. È successo con gli Stati Uniti durante la guerra commerciale, quando gli acquisti di soia americana sono stati ridotti e Pechino ha spostato parte della domanda verso il Brasile. È successo con l’Australia, dopo il deterioramento delle relazioni bilaterali, quando la Cina ha imposto restrizioni su carne, cereali, vino e altri prodotti. E il meccanismo è stato utilizzato anche nei confronti del Canada, del Giappone e dell’Unione europea.
Un problema per gli Usa (e non solo)
Il caso americano è particolarmente significativo. La Cina è uno dei principali “clienti” dell’agricoltura statunitense e questo crea un rapporto di dipendenza reciproca. Washington può minacciare tariffe e restrizioni, ma sa che una guerra commerciale prolungata rischia di danneggiare gli stessi agricoltori americani. Pechino, invece, può modificare rapidamente i propri acquisti e cercare fornitori alternativi. Dopo la prima guerra commerciale con Trump, la Cina ha infatti aumentato fortemente la quota di soia proveniente dal Brasile. Ma neppure questa soluzione elimina il problema: spostare la dipendenza da un Paese all’altro riduce il rischio politico, ma lascia Pechino esposta a siccità, crisi climatiche e shock produttivi nei nuovi Paesi fornitori.
La sicurezza alimentare è quindi diventata una questione di sicurezza nazionale. Xi Jinping ha più volte sottolineato che garantire il cibo alla popolazione è uno degli interessi fondamentali dello Stato. La ragione è comunque anche storica. La Cina ha conosciuto alcune delle peggiori carestie della storia moderna e il Partito comunista sa bene che una crisi alimentare può rapidamente trasformarsi in una crisi politica. Anche per questo Pechino mantiene enormi riserve di cereali e ha imposto da anni obiettivi molto rigidi sulla protezione delle terre agricole. Non solo: il gigante asiatico sta anche cercando di prepararsi anche allo scenario peggiore, aumentando le riserve e diversificando i fornitori.
I “chip” dell’agricoltura
Il problema è che la Cina non può semplicemente produrre tutto ciò che consuma. Il Paese dispone di una quantità limitata di terra arabile, mentre urbanizzazione, consumo di acqua, degrado del suolo e cambiamento climatico rendono sempre più difficile aumentare le superfici coltivate. Anche la forza lavoro agricola si sta riducendo, perché milioni di persone si sono trasferite verso le città. La soluzione deve quindi arrivare dalla produttività.
Cosa c’entrano tecnologia e biotecnologie? Pechino sta investendo nelle sementi, nell’agricoltura di precisione, nella meccanizzazione e nelle colture geneticamente modificate. Il governo considera i semi una sorta di “chip” dell’agricoltura: il punto di partenza di tutta la filiera. Chi controlla le sementi più produttive e resistenti può infatti influenzare la capacità di un intero Paese di produrre cibo.
Da questo punto di vista la Cina ha compiuto un passo decisivo con l’acquisizione di Syngenta da parte di ChemChina, operazione da circa 43 miliardi di dollari completata nel 2017. L’obiettivo era ottenere competenze e tecnologie avanzate nei semi e nella protezione delle colture. Da allora Pechino ha continuato a investire nella ricerca agricola, nella genetica e nelle biotecnologie. Come ha spiegato in una lunga analisi Foreign Affairs, la Repubblica Popolare Cinese è diventata uno dei principali finanziatori mondiali della ricerca agricola e ha accelerato lo sviluppo di sementi biotech, anche attraverso l’impiego dell’intelligenza artificiale.
La strategia di Xi
La strategia della Cina è chiara: produrre di più con meno terra, meno acqua e meno lavoratori. Ma c’è anche un obiettivo geopolitico. Se la Cina riuscirà a sviluppare sementi e tecnologie agricole competitive a livello globale, potrà passare da grande importatore a potenziale esportatore di tecnologie essenziali.
Lo stesso vale per i mangimi. La Cina ha sviluppato una posizione molto forte nella produzione di alcune vitamine e aminoacidi essenziali per l’alimentazione animale. Stando alle ultime statistiche, Pechino produce tra l’80% e il 100% di alcuni di questi input. È un altro tassello della strategia: non limitarsi a controllare ciò che entra nel Paese, ma aumentare il controllo sui componenti necessari per produrre cibo anche negli altri Paesi.
Di fatto è la stessa logica già vista in altri settori dell’economia cinese. Pechino cerca di ridurre le proprie dipendenze dall’estero e, allo stesso tempo, costruire dipendenze negli altri Paesi. Lo ha fatto con le terre rare, con alcuni componenti industriali e con diverse tecnologie verdi. Ora la stessa impostazione arriva all’agricoltura.
Il mercato (cinese) come arma
La Cina dispone di un’arma che nessun altro Paese può replicare facilmente: la dimensione del proprio mercato. Per molte economie esportatrici, perdere improvvisamente l’accesso ai consumatori cinesi significa trovare nuovi clienti, spesso in tempi molto brevi e a costi elevati. È questa la leva che Pechino può utilizzare quando vuole mandare un messaggio politico.
Un’analisi del Center for Strategic and International Studies ha identificato 26 episodi di restrizioni commerciali agricole utilizzate dalla Cina come strumento di coercizione dal 2010 al marzo 2026. Cinque sono avvenuti soltanto nel 2025. Il dato mostra che il fenomeno non è episodico, ma sta diventando parte integrante della politica economica cinese. La strategia non consiste necessariamente nel chiudere completamente un mercato. Può bastare limitare un prodotto, introdurre controlli, rallentare le autorizzazioni o sospendere temporaneamente gli acquisti.
In sostanza, Xi vuole ridurre il rischio che una guerra commerciale possa ritorcersi contro il suo Paese. Per questo la Cina diversifica le importazioni, accumula riserve e aumenta la produzione nazionale. Il cibo, dunque, entra nella stessa categoria di energia, semiconduttori e materie prime strategiche. È parte integrante della sicurezza nazionale, é una leva commerciale e strumento diplomatico.
