A che punto si trova la sfida tra Stati Uniti e Cina nel campo dell’AI? Chi vince e chi perde? E quali sono le prospettive future?
Gli Usa si trovano a vincere una guerra differente rispetto a quella che credevano di combattere appena qualche anno fa. Restano in vantaggio sul piano materiale e tecnologico. Hanno fatto maggiori investimenti, costruito grandi data center e hanno aziende importanti che hanno realizzato i modelli di AI più avanzati. Oltre all’ecosistema industriale Nvidia – TSMC– Hyperscaler (Google, Microsoft, Amazon AWS, Meta). Per lo Stanford AI Index gli Stati Uniti mantengono brevetti di maggiore impatto e hanno prodotto 59 modelli degni di nota nel 2025 contro i 35 della Cina. Sempre secondo Stanford, gli Usa nel 2025 hanno potuto contare su 285,9 miliardi di dollari di investimento privato, oltre 23 volte la Cina. Ma la Cina sta riducendo il divario nonostante le restrizioni americane su chip e tecnologie più avanzate. Il vantaggio dei modelli dal punto di vista qualitativo è passato dalla doppia cifra al 2,7% a marzo 2026.
La Cina sta cercando di adattarsi e di resistere, investendo nei brevetti, nelle pubblicazioni e con il paradosso di trasformare l’apertura dei modelli nell’arma strategica competitiva di una società chiusa. Ma rimane il collo di bottiglia tecnologico. Come dimostra l’aumento dei prezzi dei chip Huawei tra il 20% e il 50%, il divario tecnologico, acuito dai controlli americani, resta reale.
L’embargo americano ha funzionato ma non come si sperava, ha reso più difficile l’acquisto di tecnologia ma ha obbligato a investire nell’efficienza algoritmica, in software domestici e nell’ottimizzazione di tecnologia meno avanzata. Il risultato è che la distanza nei chip rimane grande ma quella nei modelli si restringe. La Cina rimane avanti nell’installazione di robot industriali e anche nella capacità manifatturiera in cui l’AI può entrare in prodotti come le automobili.
Se nel futuro conterà la potenza dei modelli, gli Usa saranno avvantaggiati. Ma nel caso in cui i modelli dovessero diventare un bene diffuso e di facile reperibilità, come sembra indicare la tendenza, vincerà chi riuscirà ad ottimizzarli e a venderli risparmiando su risorse ed energia. In questo caso il modello cinese potrebbe diventare difficile da contrastare.
Eppure c’è un aspetto da non sottovalutare. L’allineamento ricerca-pubblicazioni-brevetti denota un primato della politica cinese che le consente di reagire come sistema a minacce come un embargo. L’embargo americano si trasforma in problema nazionale prioritario da risolvere con tutti i mezzi possibili comprese le ormai note attività di «distillation».
Per non perdere il primato gli Usa, in un mondo di scenari complessi, devono porre la priorità sulla classe dirigente in grado di orientarlo. Oggi la capacità di costruire le opzioni decisionali di tecnici e multinazionali spesso conta più del detenere il potere decisionale. La capacità di adattamento cinese dovrebbe portarci a rivalutare il potere della politica di definire le priorità e di incidere su struttura e contenuto delle opzioni.
