È lo scontro tra le due grandi e inconciliabili anime della Polonia. Da una parte quella tradizionalista cattolica e conservatrice incarnata dal Partito del Diritto e della Giustizia (PiS) fondato da Jarosaw Kaczyski. Dall’altra l’anima europeista emersa dopo l’uscita dal patto di Varsavia e l’avvicinamento all’Ue. Un’anima di cui il premier Donald Tusk è sempre stato l’indiscusso portabandiera. Ma il conflitto istituzionale deflagrato venerdì sera è anche la riproposizione di quello scontro tra magistratura e potere politico assai familiare a noi italiani. Uno scontro che in Polonia va avanti, a colpi di reciproci veti, dal 2015 quando i magistrati cercarono di mettere i bastoni tra le ruote al potere legislativo del PiS, vincitore delle elezioni. Ma non è tutto.
A rendere più aspra la contesa s’aggiunge la riproposizione, in chiave locale, della disputa tra la Ue, vicina a Tusk, e l’America di Donald Trump pronta a sostenere la destra conservatrice. Come se non bastasse, anche il conflitto ucraino gioca un ruolo. Da una parte l’esecutivo ribadisce la volontà di sostenere
a tutti i costi Kiev. Dall’altra il PiS di Kaczynski e del presidente Karol Nawrocki, seppur animato da uno storico e incontenibile sentimento anti-russo, guarda con estrema ostilità anche alle mosse della vicina Ucraina. Una vicina che, riversando in Polonia i prodotti agricoli ormai impossibili da esportare attraverso i porti del Mar Nero, finisce per mandare in crisi i contadini, tradizionale bacino elettorale del PiS.
Insomma, dietro l’improvvisata del presidente Nawrocki che venerdì notte, mentre vola in Senegal, ordina al suo aereo di far marcia indietro per irrompere a spintoni dentro il palazzo della Corte costituzionale, c’è ben di più di una scaramuccia istituzionale. C’è una polveriera pronta a esplodere e a dividere drammaticamente un Paese cruciale per i destini dell’Europa e dell’Ucraina. Una polveriera resa ancora più calda dall’avvicinarsi delle elezioni parlamentari del prossimo anno quando, stando ai sondaggi, il PiS potrebbe riconquistare la maggioranza e mettere alla porta l’attuale premier. In questo coacervo di contrapposizioni, dove il presidente grida al
«golpe istituzionale» mentre Tusk e i suoi si propongono come paladini dello «stato di diritto» e delle scelte europeiste, la parte del leone la fa lo scontro sul ruolo della magistratura.
La diatriba risale, come si diceva, al 2015 quando dopo la vittoria del PiS i giudici costituzionali fedeli alla coalizione europeista iniziano a contrastare l’azione legislativa. Il governo rispose con una riforma del sistema giudiziario bollata da Tusk e Bruxelles come negazione dello stato di diritto capace di compromettere l’indipendenza del potere giudiziario. Ma la diatriba innescata dal presidente Nawrocki e dalle piazze conservatrici unite nel grido «rovesciamo Tusk» non sono solo il nuovo capitolo di una storia infinita. Sono il prologo di una crisi istituzionale che oltre ad investire Francia, Spagna e Germania, tradizionali colonne dell’Ue, minaccia di farne traballare anche il pilastro orientale. Travolgendola definitivamente.
