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Politica estera

La fine del sostegno Usa pesa sul futuro di Tel Aviv

Finanziamenti a pioggia e appoggio totale erano la regola dal 1948. Adesso cresce il rischio (anche) di una minaccia interna

An aerial view shows a campaign billboard depicting Prime Minister Benjamin Netanyahu of the Likud party and US President Donald Trump in Tel Aviv on October 26, 2026, on the eve of the Israel's legislative elections. (Photo by JACK GUEZ / AFP)

La crisi di Suez del 1956 segnò la fine dell’influenza inglese in Medioriente. Settanta anni dopo la crisi dello stretto di Hormuz rischia di archiviare quella americana. Il primo segnale arriva da Donald Trump che poche ore prima della batosta del Midterm annuncia, senza preavviso, la fine degli aiuti americani ad Israele. «Siamo già d’accordo - spiega martedì mattina - che dalla fine di quest’anno non pagheremo più Israele. Lo aiuteremo se ne ha bisogno». Se rispettato l’annuncio concluderebbe un impegno che dal 1948 in poi ha garantito trasferimenti per oltre 175 miliardi di dollari ripartiti tra i 125 destinati all’assistenza militare, i 34 a quella economica e gli oltre 16 investiti nella difesa missilistica. La grande svolta risale alla guerra del Kippur dell’ottobre 1973 quando il presidente Richard Nixon chiede al Congresso di stanziare oltre due miliardi per compensare le perdite subite da Israele e le forniture di armi sovietiche arrivate in Egitto e Siria.

Ma l’importanza degli

aiuti, fissati attualmente in 3.800 milioni di dollari annui - 3.300 per l’acquisto di armi Usa e 500 milioni per lo sviluppo della difesa missilistica - non è soltanto finanziaria o militare. Quei soldi sono soprattutto l’estrinsecazione di un patto indissolubile, ovvero l’impegno americano a garantire allo Stato Ebraico un sostegno assoluto e incrollabile. Non a caso dopo i massacri del 7 ottobre il presidente Joe Biden garantì stanziamenti straordinari per oltre 17 miliardi. Ma dietro quel patto e quella generosità c’era anche la simpatia, assolutamente bipartisan, nutrita nei confronti di Israele sia dai vertici delle varie Amministrazioni, sia dalla maggioranza del popolo americano. Con la guerra ad Hamas e i bombardamenti di Gaza quel patto di solidarietà va in frantumi. Per capirlo bastano le parole di un vice presidente JD Vance pronto ad attribuire la sconfitta di Midterm non solo alla fallimentare guerra all’Iran, ma anche all’indefesso appoggio ad Israele. Una posizione capace di allinearlo a quella tanti candidati democratici del Midterm concordi nel rinnegare la consueta vicinanza ad Israele espressa fin qui dal partito.

Ma per capire le ragioni di un ripensamento bipartisan bisogna anche leggere i sondaggi. Secondo quello del Pew Research Center dello scorso maggio solo il 32% degli americani è ormai a favore d’Israele contro un 62% decisamente ostile. Dati ancor più disastrosi nella fascia - tradizionalmente filo israeliana - degli elettori repubblicani dove solo il 28 per cento dei votanti con meno di 35 anni segue la linea del partito. Ma l’uscita di Trump viene anche vista come un colpo basso al tentativo di Gadi Eisenkot di formare un governo con l’appoggio esterno di quei partiti arabi sempre molto ambigui e reticenti sulla condanna di Hamas. Tutti fattori che in un Israele, ritrovatosi senza l’aiuto Usa solo tre anni dopo il 7 ottobre, evocano il timore di un’incontrollabile minaccia interna.

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