Nella politica americana chi è in carica vince. Alla Camera oltre il 90 per cento dei deputati che si ricandidano viene rieletto, e nel 2022 si arrivò al 98 per cento. I seggi senza uno sfidante uscente cambiano di mano molto più spesso. Con maggioranze ridotte a pochi voti, difendere gli incumbent sarebbe per ogni leader di partito la regola numero uno. Donald Trump ha scelto di violarla, e non per distrazione.
Nelle primarie, dove la sua corrente è straordinariamente forte, ha colpito chi gli aveva resistito: Thomas Massie e Dan Crenshaw alla Camera, Bill Cassidy e John Cornyn al Senato, mentre Marjorie Taylor Greene ha lasciato il seggio dopo la rottura con lui. Né si è fermato al Congresso: Brad Raffensperger, che gli tenne testa sul voto del 2020, ha perso la corsa a governatore della Georgia, e la governatrice dell’Iowa Kim Reynolds, che nel 2024 aveva appoggiato Ron DeSantis contro di lui, ha persino evitato di ricandidarsi. Trump ha accettato un rischio elettorale in cambio di qualcosa che considera più prezioso.
Quel qualcosa è la disciplina. Un partito in cui il dissenso si paga con la carriera è un partito che vota come vuole il presidente, che sia una legge, una nomina o la ridefinizione dei collegi. Il messaggio dei primi mesi di primarie è arrivato forte a ogni parlamentare repubblicano: sfidare Trump costa più di perdere con lui.
La seconda posta in gioco è il 2028. Chi controlla il Partito repubblicano ne detta l’agenda e soprattutto indica il prossimo candidato alla Casa Bianca. Per Trump è un doppio vantaggio: lo mette al riparo da possibili vendette di un successore a lui estraneo e garantisce continuità a quel progetto trasformativo che è il cuore della sua idea di America.
In questa gerarchia il Congresso viene dopo. Una maggioranza repubblicana davvero sua Trump non l’ha mai avuta, e infatti in ventuno mesi ha firmato 292 ordini esecutivi per governare aggirando la trappola dell’aula. Perderlo, in fondo, gli costa meno di quanto sembri. Le commissioni d’inchiesta democratiche gli restituirebbero il ruolo di vittima che ha già interpretato con successo. Nella seconda metà del suo primo mandato e poi negli anni di Biden.
Per un impeachment servirebbero i due terzi del Senato, che non ci saranno, e la presenza di J.D. Vance alla vicepresidenza rende la rimozione ancora meno attraente per i repubblicani. Il suo veto, infine, bloccherebbe ogni iniziativa di una maggioranza democratica destinata ad arrivare alle prossime elezioni dimostrandosi incapace di realizzare la propria agenda nonostante il mandato ricevuto. Non è un calcolo privo di rischi, ma è coerente: il Congresso passa, il partito resta.
