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Politica estera

La “variabile Mette” che fa impazzire la sinistra europea

Il Pd e il Psoe accusano Frederiksen di aver tradito i valori del “progressismo”

La lezione della Danimarca. La ricetta "colpire i ricchi" boomerang per chi la propone

Mette Frederiksen è capo del governo danese e leader dei socialdemocratici. È anche un’alleata di Giorgia Meloni sul tema dell’immigrazione. Questa inedita saldatura degli opposti ha prodotto, nella famiglia socialista europea, uno scandalo domestico. Il Partito democratico e il Psoe hanno scritto al presidente del Partito Socialista Europeo per censurare Copenaghen. I danesi hanno replicato: non intendiamo cambiare politica. Colpisce, in questo scambio, che lo scontro non sia tra destra e sinistra, ma dentro la sinistra stessa. Per capire bisogna guardare oltre la cronaca. Da oltre dieci anni, dopo una sconfitta elettorale legata agli incontrollati flussi dal Medio Oriente, i socialdemocratici danesi hanno teorizzato un «cambio di paradigma»: l’immigrazione non è (solo) una questione identitaria, ma è una minaccia allo Stato sociale. È una premessa dalla quale la destra italiana potrebbe imparare, lasciando da parte le fumose, se non retoriche, tirate sull’italianità. Sarebbe più efficace dire che l’immigrazione selvaggia ha un impatto sulle casse dello Stato e apre anche una questione morale: non è bello introdurre manodopera illegale pronta a essere reclutata come schiavitù dai caporali del lavoro abusivo.

Ma torniamo a Copenaghen. Le socialdemocrazie scandinave hanno costruito uno Stato sociale esteso come garanzia di coesione della comunità nazionale, non come diritto universale astratto. Sia Svezia sia Danimarca hanno avuto un periodo, anche lungo, di apertura internazionalista. Per Frederiksen, è stato una deviazione dal giusto cammino. In altre parole: l’universalismo non è un dogma, ma un lusso da concedersi quando il confine regge. Frederiksen non ha inventato nulla: ha solo smesso di far finta che quel confine non esistesse. La Danimarca non ha scelto tra Stato sociale e frontiera chiusa, ha deciso che, in questo momento storico, l’uno presuppone l’altra. Questa coerenza è inconcepibile per la sinistra italiana, ancora convinta che gli immigrati «ci pagheranno le pensioni». Ma non è neppure una questione italiana e basta. È la sinistra «mediterranea», semmai, ad aver sposato l’universalismo sovranazionale dei diritti e l’idea di Europa come terra d’accoglienza. Da qui lo sconcerto di Elly Schlein, da qui le accuse di tradimento rivolte a chi, in fondo, applica un manuale che il socialismo nordico ha scritto nel Novecento. Il Partito Socialista Europeo, chiamato ad arbitrare, si trova di fronte a un problema che nessuna mozione congressuale può sciogliere: due idee di giustizia sociale, entrambe legittimamente di sinistra, che sui confini producono conclusioni inconciliabili. Il dato culturale nuovo è invece la convergenza tra destra e sinistra «nordica». Due strade opposte che si incontrano sullo stesso punto della mappa: Ceuta.

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